Quando dissi al mio amico Jean-Paul Cathala, anziano regista francese di grande scuola, che non si arriva mai a sapere compiutamente “perché” si fa teatro, rimase stupito. Io mi stupii dello stupore.

 

Quando pensi che fai teatro da 50 anni, ti accorgi che 50 anni sono una vita. Allora ti chiedi come ci sei finito. Anzi, perché.

Dice Ariane Mnouchkine:

“…capivo che nel teatro c’è un’infanzia permanente, è necessaria un’infanzia permanente. (…) Ovviamente si scopre che (la Compagnia) non è un ‘ lungo fiume tranquillo ’, non è continuamente la felicità, la gioia, l’amicizia; talvolta è l’odio, invece, talvolta è la rottura.

Ma al fondo c’è il teatro che sfugge a tutti questi pericoli, il teatro, l’arte, l’arte del teatro, la bellezza del teatro, ciò che esso vi dà, giorno dopo giorno, questa forza dei corpi e delle presenze, quest’arte che non è fatta che di carne – si dimentica spesso che non è fatto che di carne, il teatro, di carne umana, di corpi. Entrare in scena vuol dire che c’è un corpo che entra in scena, non un’idea o un pensiero, ma un corpo di attore o di attrice (…)”.

Oggi so che al fondo di rabbie, paure e rancori, l’umanità ha bisogno di umanità, di idee, di azioni e di parole capaci di infondere fiducia, futuro e voglia di insieme. So che ha bisogno di bellezza. So che in passato vi sono state vite spese per questo. So che ve ne sono ancora. So che il nostro teatro, quand’anche restituito solo a me stesso, dovrebbe raccontare tutto questo. So che, umano e peregrino, umilmente e poveramente, dovrebbe riportarne le parole. So che fragile fragile prima di notte lo farà.

                                                             Sandro Cianci

Fare tutto il bene che si può,

Amare la libertà sopra ogni cosa,

E, se fosse pure per un trono,

Non tradire mai la verità”          

                                             Ludwig Van Beethoven

( Le parole di Ariane Mnouchkine sono tratte da: “ARIANE MNOUCHKINE”, a cura di Béatrice Picon-Vallin, Actes Sud-Papiers, ARLES, 2009, pp. 21-22; traduzione di Sandro Cianci)