Certo, qui dov’eravamo, ed abbiamo scelto di rimanere, non vedevamo nessuno. Nonostante ciò fummo una generazione teatrale “fortunata”.

 

Li studiammo, li capimmo, li amammo, “per intuizione” e come potemmo, ma li avemmo, i maestri. E furono i grandi  del ‘900.

A distanza di mezzo secolo, quanti di noi sono rimasti fedeli?

 A quella temperie morale. All’ “amore per un teatro che non sia fine a se stesso, che non si esaurisca nella ricerca di un’opera d’arte perfetta ma che cerchi sempre la sua collettività”; all’idea che “l’uomo con la sua anima (se ci credi) e il peso della sua storia è più importante del teatro”; o al sogno “di una collettività teatrale operante nella società per riformarla” e capace di porsi come “esempio della futura collettività umana”.

I maestri. Vengono in mente immagini disperse, relitti orfani di una memoria.

Charles Dullin. Morì povero in una stanza d’ospedale, mordendosi le mani il dolore. Quando il suo teatro fallì nessuno mosse un dito per salvarlo. Eppure ne uscivano uomini che avrebbero fatto la storia del teatro.

O Jacques Copeau, maestro di teatro anche in Italia. Morì “quasi in esilio”, in un piccolo centro della Francia.

Quanti di noi sono rimasti fedeli? Non parlo delle “tecniche”, ma di un tesoro più profondo. Non lo so, posso solo interrogarmi sul mio cammino. Errori, risultati e prezzo.

Si apre allora una voragine. Quanto è importante il teatro nel nostro tempo? Quanto è importante per la “Città” ciò che facciamo? Quanto la “Città” si preoccupa di metterci in condizione di farlo meglio? E quanto siamo all'altezza della nostra funzione? Parlo della funzione umana, civile e culturale di un teatro. Della sua necessità poetica.

Non so nemmeno l'ora per pronunciare tutto questo.

Ma per chiudere ancora peggio: a che serve il teatro? Molti anni fa andammo in un paese di montagna a fare uno spettacolo per i più piccoli. Al termine, tutto solo, si avvicinò un bambino e tremando chiese: “Tornerete un’altra volta?”

Non c’era più bisogno di porsi la domanda.

Buon Natale, care Amiche e cari Amici.

 

                                                                                              Sandro Cianci

(Le informazioni, così come le espressioni in corsivo, sono tratte da: G. Strehler, “Lettere sul teatro”, Archinto, Milano, 2000, pp. 17-22).