L’Italia è un paese simpatico. Per esempio conta 60 milioni di Commissari Tecnici della Nazionale di calcio. Insomma siamo tutti un po’ esperti di tutto. Ma per chi fa teatro, la riflessione sul proprio strumento di lavoro e di vita non finisce mai. O almeno, è auspicabile che sia così. Ecco dunque alcuni appunti dal nostro cammino:

 

-Il Teatro “Comune” è un teatro di voci che si uniscono le une alle altre per “andare”. Andare dove la gente vive, nelle case, nelle strade, negli ospedali, tra le persone sole, adulti, vecchi, bambini, adolescenti…

-Il Teatro “Comune” ha la forza di farsi vicino a chi si trova in difficoltà, ha il coraggio di dare voce ai bambini, ai poeti, ai perdenti, a chi è senza ascolto…

-In questo, in questo dare la parola, il Teatro “Comune” è un teatro poetico e politico.

-Il Teatro “Comune” è un teatro senza casa, per questo sa sorgere ovunque e vivere di nulla, si allarga si restringe, sa fare di ogni luogo un canto.

-Il Teatro “Comune” è un teatro degli inizi, del primo sorgere, aurorale, elementare, imperfetto ed universale.

-Il Teatro “Comune” è un teatro condiviso che sviluppa il sentire collettivo ed è sperimentazione di una convivenza nella quale nessuno è spinto ad alienarsi. L’attore vi si rivela non come attore ma per quello che è.

-Nel Teatro “Comune” le persone agiscono non per il loro “sapere” tecnico ma per i bisogni ed i desideri del cammino.

-Nel Teatro “Comune” è il gruppo che conta, la coralità come realizzazione di un teatro che non coltiva l’espressione esemplare di un protagonista ma l’affermarsi del gruppo nella varietà della sua plurale presenza.

-Il Teatro “Comune” privilegia un’arte di parecchi, in cui l’energia si trasmette, circola, in cui le voci s’intrecciano ed è una collettività ad esprimersi.

-Il Teatro “Comune” tende a partecipare alla vita delle persone, a diventare strumento d’uso, tanto da far dimenticare la propria origine e raggiungere quale meta finale l’anonimato.

-Il Teatro “Comune” tende a suscitare in chi riceve un’incandescenza profonda, segno e via di un sentire comune, dell’illuminarsi definitivo di un’umanità solidale.

                                                                                             Sandro Cianci

(Le espressioni in corsivo sono citazioni da: G. Banu, “Peter Brook”, La casa USHER, 1994).