Lungo la strada di campagna che lo riconduceva in paese, era appena sceso dall’asino e si era chinato presso una fontana. Con la coda dell’occhio vide l’ombra di un uomo alzarsi alle sue spalle…

 

Tornava, Carmine, da un paese vicino dove si era tenuta una fiera. “Contadini! Volete tornare nelle trincee? No! Allora votate per il Partito Socialista!”. Vi aveva improvvisato un comizio, lui, contadino, come faceva sempre spostandosi da un paese all’altro. “I lavori più faticosi sono malpagati e la povera gente non guadagna nemmeno per comprarsi il pane…”. La scuola era la bottega. Di un ciabattino, di un falegname… “Oggi chi lavora muore di fame e sa che dovrà finire in ospedale, se non finisce in galera…”. Gli assalti alla baionetta del ’15-’18. Li avevano fatti loro. “Chi non lavora mangia e beve a spese degli altri…” Il fascismo montava. La parte più retriva delle classi dominanti si adoperava perché la rabbia dei ceti bassi e medi sfociasse in un movimento il cui effetto vero era svuotare la rivolta. “Contadini! La proprietà privata è un furto!...

Fece appena in tempo a schivare l’accetta, Carmine, che l’ombra gli aveva scagliato addosso. Seguì una colluttazione breve, poi l’aggressore, abbandonata la fontana, si recò prontamente dalle forze di polizia a proclamarsi vittima. Finì, Carmine, nel carcere fascista, dove comprese finalmente tutta la trappola che gli era stata tesa.

Vi morì qualche tempo dopo, all’improvviso, lasciando la moglie e due figli piccoli. Dissero che si era ucciso, ed il silenzio scese sul caso. Ne raccolse l’eredità ideale una sorella – che ricordo vecchia, tenace donna – difendendola con la verità fino all’ultimo nel cuore: Carmine era stato…suicidato.

Si concludeva così una delle tante storie a spese delle quali si aprirono i vent’ anni dell’ “uomo forte”, questa grave, cronica debolezza delle classi dirigenti italiane. E’ una storia vera. Ed io avevo il dovere di raccontarla.

 

                                                                                      Sandro Cianci