L’annunciata presenza di un editore dalle dichiarate simpatie fasciste al Salone del Libro di Torino ha suscitato, nei giorni scorsi, un acceso dibattito tra gli scrittori sul partecipare o disertare, ossia sul comportamento con il quale tradurre l’antifascismo. A mio avviso bisogna porre la questione ben prima di Torino.

Scrittori, registi, attori, pittori, filosofi, poeti, docenti, ecc., dovrebbero andare in quartieri, piazze, piazzette, case, strade, insomma nei luoghi dove la gente vive. Abbandonare un’idea ed una pratica di cultura separata, “sequestrata” nei suoi luoghi deputati. Rifiutare la categoria stessa di “addetti ai lavori”. Andare verso le persone, dire, proporre, ascoltare, condividere, organizzare, insegnare-imparare. Aiutare uomini e donne a riconoscersi “cultura”, superando l’illusorio protagonismo da pagina Facebook e recuperando una soggettività scippata e reclusa negli “io” solleticati, manipolati e dunque offesi in ciò che hanno di più umano. Restituire agli esclusi voce ed ascolto.

Come afferma Antonio La Cava – il maestro che con un motocarro porta instancabilmente libri nei paesi più sperduti della Basilicata – occorre “allargare la base democratica della cultura”. E non si tratta solo di fruizione, come spero di essere riuscito a chiarire.

Qui inizia l’antifascismo nel suo senso più profondo e più duraturo. Ed è questa, a mio avviso, la vera questione posta da Torino.

                                                                 Sandro Cianci