FINALE  A  SARAJEVO

 

 

 

"Don Tonino Bello, che fu vescovo di Molfetta e guida di Pax Christi, attraversò, insieme ad alcune centinaia di persone, la città di Sarajevo mentre era martoriata dalla guerra.

Sfilarono a piedi, a mani vuote. Sfidarono la minaccia delle armi. chiedevano la pace".

Questo dissi un giorno a Mattia, bambino di 7 anni.

"Allora i soldati abbandonarono le armi e si unirono a loro?", mi domandò il piccolo.

 


Non sapevo cosa rispondere.

Da un lato non volevo deludere la sua implicita quanto inconsapevole fiducia nell'uomo, dall'altro il finale da lui immaginato sembra possibile solo nelle fiabe.

A proposito di queste, ve ne racconto una:

 

 

C'era una volta una guerra che pareva non finire mai.

I soldati che si fronteggiavano passavano spesso lunghi giorni nelle rispettive trincee, ciascuno pronto a colpire, fucile in mano, un milite nemico che avesse levato il capo, anche solo di qualche centimetro, oltre il bordo del fossato di difesa.

Un giorno alcuni soldati ebbero fame. Abbandonarono il loro posto e si infilarono in un bosco lì vicino alla ricerca di castagne.

Dopo un po', sentirono dei rumori. Scostarono dei rami e si trovarono di fronte dei soldati nemici: stavano facendo la stessa cosa.

I due gruppi si guardarono per un lungo istante, immobili. Ora sarebbe stato finalmente facile per ciascuno imbracciare il fucile ed ammazzare il nemico, così vicino,così facile, così a portata di mano.Gli uni fissarono gli altri, come chi scopre qualcosa di dimenticato nella notte dei tempi, poi ciascuno ricominciò ad addentare castagne.

Alla fine, si salutarono con il silenzio di una mano e ritornarono nelle rispettive trincee."

 

 

Sono cose che accadono unicamente nelle fiabe. Peccato. Solo i bambini possono credervi.

E invece no.

Ciò che ho appena raccontato non è una fiaba, è accaduto davvero, nel '15-'18. Uno dei soldati nel bosco era mio nonno.



Allora dove finisce il "reale" e dove incomincia il "fiabesco"? Esiste davvero un muro di ferro tra "reale" ed "immaginario"? E sono davvero cos' assolute, nelle vicende umane, le categorie del "possibile" e dell' "impossibile"?

 

A me sembra dunque che il finale di Sarajevo immaginato da Mattia appartenga piuttosto alla categoria brechtiana del "semplice che è difficile a farsi". Che è cosa diversa, molto diversa, tanto dal "facile" quanto dall' "impossibile".

I bambini immaginano, osano guardare oltre l'esistente, spesso restano i soli a credere - di fatto, senza saperlo- che "un altro mondo è possibile".

Ogni volta che fanno così, ci chiedono in realtà che ne è più di noi adulti, dello sguardo profetico, visionario, quello che siede  sempre dalla parte del torto, che vede il mondo  con gli occhi degli ultimi, che nasce ancora dal cuore dell'uomo.

Ci chiedono che ne è del realismo del futuro.

 

 

Era questa la vera domanda alla quale non sapevo rispondere.

Sandro Cianci