VORREI  CHIAMARLO

 

 

 

Vorrei chiamarlo silenzio.

 

 

Silenzio del vento che non fa rumore.

 

 

Del pino che resiste.

 

 

Delle nuvole ammassate che indicano la porta d'uscita del cielo.

 

 

Silenzio del mare che è soltanto il mare.

 

 

Silenzio dell'elicottero che esce all'alba dall'anima della notte.

 

 

 

Silenzio di donne sole che abitano in silenzio il silenzio dei gesti sacri quotidiani.

 

 

Silenzio del ragazzino che ascolta come l'albero ascolta la pietra, la pietra il mare, il mondo il silenzio del mondo.

 

 

Silenzio di uomini che siedono nelle case come statue di silenzio.

 

 

Silenzio dei lunghi silenzi che separano una parola dall'altra, quando escono dalla bocca degli isolani, rare, come il vestito che appare solo a Natale.

 

 

Silenzio della radio privata che accompagna come un'intimità sottovoce l'intimità eloquente di un luogo.

 

 

Silenzio di un medico che fa la sola cosa che c'è da fare e che quando racconta ripone le parole nei silenzi che gli restano tra le mani. I poveri cristi che non è riuscito a salvare. Uomini, donne e bambini. Soprattutto bambini.

 

 

Silenzio delle lacrime che scendono solitarie, straniere, lungo il dolore di donne che hanno perso qualcuno nella traversata.

 

 

Vorrei chiamarlo silenzio, silenzio vero, uno dei fili - per me tra i più importanti - di questo film di Gianfranco Rosi, "Fuocoammare".

Questo film sui migranti, cioè sugli abitanti di Lampedusa, cioè su noi stessi.

 

 

Vorrei chiamarlo silenzio autentico, di una specie rara, lontana, dimenticata, questo silenzio che anche quando pronuncia una parola è qualcosa che parla davvero.

Talvolta forse solo a qualcuno, talaltra forse a nessuno. Ma sempre, generosamente, a chiunque voglia ascoltarlo.

 

 

                                                           Sandro Cianci