A  DARIO  FO

 

 

 

Questa storia Dario Fo l'avrebbe raccontata in modo diverso. Non solo, voglio dire, con il consueto piglio allegro, beffardo, irriverente, ma anche mettendo a nudo come le turpi azioni della massa popolare che vi sono raccontate fossero in realtà abilmente ispirate dall'alto per obiettivi che alla lunga si sarebbero ritorti contro il popolo stesso.

 

Così accadde allora e così purtroppo ancora. E' un trucco vecchissimo.

Nella mia narrazione dei fatti - nella sostanza realmente avvenuti - questo aspetto tuttavia non compare. Non solo perché non sono Dario Fo, ma anche perché estrapolo il racconto da un mio testo ben più lungo che ha un altro taglio e si muove su di un piano diverso.

 

 

Tuttavia dedico la narrazione, con gratitudine ed anche a nome del Me-ti, a questo grande artista dello sguardo "dal basso" la cui scomparsa lascia al nostro tempo - al di là di ogni retorica e delle varie opinioni sul personaggio - un vuoto concreto, troppo concreto.

 

 

 

 

L'ESSENZIALE

 

 

 

La cosa era curiosa: benché parlassi a lungo proprio di lei, la vecchia continuava a tacere. Poi, tutto d'un colpo, cominciò a dire. E non disse che questo:

 

 

"Ricordo un giorno di fine aprile. Faceva caldo, tirava vento. Ero ancora molto piccola e giocavo da sola sulla strada. Guardavo i giri della polvere mossa dallo scirocco. Mi misi a girare anch'io.

D'un tratto udii delle voci. Il vento le confondeva, le allontanava. Poi, per un attimo, si fermò. Le voci invitavano ad accorrere. -Dove?, chiedeva qualcuno. Vidi uomini e donne, con i loro poveri stracci, passare di corsa, eccitati: si dirigevano verso l'ingresso del paese.

 

Quando arrivai s'erano ammassati tutti attorno ad un solo punto. Qualcuno mi spinse per mandarmi via. Trovai il riparo in uno spigolo di muro. Dopo un po' presero a muoversi dietro non so cosa, come in una processione scomposta. Davanti un cavallo trascinava qualcosa. Nuove persone si aggiungevano. C'era chi cominciava ad urlare, dapprima da solo, poi quasi tutti. Non capivo.

 

Arrivarono in piazza ( io ero dietro di loro ma non vedevo più nulla ). Cominciarono a suonare le campane. I rintocchi della festa. Giunse uno con un palo, lo piantarono. Poi alzarono qualcosa da terra. Lo scampanio si fece enorme. Mi misi sulla punta dei piedi: avevano preso il brigante, l'avevano ammazzato ed ora ne legavano il cadavere al palo tra urla, sputi e parole oscene.

 

Istintivamente, non so perché, anziché coprirmi il volto alzai gli occhi al cielo. Allora vidi uno stormo di rondini che fuggivano impazzite, come se lì sotto avessero appiccato il fuoco alle radici dell'universo.

Non credo che in piazza si accorgessero di quegli uccelli, l'essenziale è sempre difficile a vedersi.

 

Tornai a casa. Andai a nascondermi. Per molti anni non osai più guardare il cielo".

 

 

 

                                            Sandro Cianci