SCUOLA  E  (VASTI)  DINTORNI:

L'ARITMETICA DEL PIU' E DEL MENO

 

 

 

 

Tra il più ed il meno ho sempre scelto il meno. Il meno forte, il meno bravo, chi aveva di meno: meno soldi, meno corpo, meno affetto.

 

 

Non per virtù ma per debolezza. Perché da bambino sentivo soprattutto i "meno". Ciò che non sapevo fare, le abilità che mi mancavano, le numerose "imperfezioni". I genitori mi volevano bene ma i "più" non li trovavo. La prima immagine l'ho avuta dallo specchio "meno".

 

 

Una lunga galleria di figure con le quali ho solidarizzato, sebbene talvolta solo in cuor mio, da allora mi tiene compagnia. Piccoli venditori ambulanti, gli ultimi arrotini, povera gente di spettacolo che girava per i paesi...

 

E' accaduto anche che qualche volta non li ho capiti. Il ricordo mi copre ancora di vergogna.

 

Poi c'erano i racconti empatici di mia madre: figure di storpi, ciechi che giravano le feste di paese tendendo in aria la mano vuota, un padre che da solo suonava insieme tamburo, piatti e non so cos'altro, mentre un bambino - suo figlio - cantava una povera canzone. Poi al piccolo toccava di girare con il piattino. Si vergognava. Allora il genitore davanti a tutti lo picchiava. Ancora oggi, a raccontarlo, mi strozzo in gola le parole.

 

 

E me le strozzo con le storie dei piccoli migranti che muoiono nel mare e con le infinite scempiaggini quotidiane. Tutto continua. Il dolore, il male ormai gratuito, l'umanità tornata  cieca analfabeta, e per fortuna il fare di persone generose ed il coraggio di chi combatte l'ingiustizia fatta sistema.

 

 

Da insegnante finivo spesso in classi di ragazzi sfortunati. Ero tra i "meno", dunque a casa mia. Una sola volta, non so come, mi diedero una classe ben diversa. Non feci una buona prova.

 

 

Per la valutazione applicavo il principio del "da dove parte". Se un ragazzino venuto da un retroterra di desolazione era arrivato poniamo a livello trenta, aveva fatto molta più strada di chi nato sotto il segno "più" era a sessanta. Le tabelle, gli standard quantitativi da raggiungere inderogabilmente, vanno bene per i parabrezza delle auto. Questo io pensavo. Non era "tecnico" ma consentiva di camminare con gli alunni "difficili".

 

 

Avevo ragazzini che zoppicavano parecchio. Quasi non conoscevano il papà, che lavorava all'estero e tornava a casa sì e no una volta l'anno. Vivevano con la mamma o con la nonna, portavano le pecore al pascolo, mungevano la mucca, sapevano benissimo far di conto. A undici anni conducevano da soli l' "azienda" di casa. Erano pronti per la vita ma non per l'Italiano che tentavo di insegnare. Parlavano in dialetto, si sforzavano, facevano progressi, ma non raggiungevano lo "standard". Li promuovevo.

 

 

Una volta, da una finestra della Scuola, ne scorsi uno, mio alunno. Aveva appena letto i risultati di fine anno: era promosso. Attraversò di corsa il cortile e poi la strada, saltò selvatico una siepe poi scomparve. Non lo rividi più, ma ne ricordo ancora il volto e il nome. Era felice, vivo. La Scuola non lo aveva ammazzato.

 

 

Come un post scriptum:

 

 

Da allora è passato molto tempo, il mondo è cambiato profondamente. Sono cambiati, come ogni altra cosa, i regolamenti della Scuola, il senso ed i compiti che le vengono assegnati. A quelli vecchi si aggiungono problemi nuovissimi. Ma la logica dei "Più" e dei "Meno", nonostante il coraggioso lavoro di Insegnanti di grande sensibilità, resta. Esibita, sfacciata, sottile, vasta e più forte "che pria". Ma non invincibile. Occorrono il desiderio e la decisa volontà di molti per rovesciarla. Un altro mondo è possibile.

 

 

 

 

 

                                                 Sandro Cianci