UNA FIABA DEL NOSTRO TEMPO

 

 

 

C'era una volta il Vento. Che dico? C'erano una volta i Venti. C'erano quello caldo e quello freddo, quello secco e quello umido, quello lieve e quello fracassone, tempestoso e cosmico.

 

Un giorno, quest'ultimo fece una scoperta sensazionale: la Velocità. Più era veloce più si sentiva potente, più si sentiva potente più dominava. Che bella cosa! Quando dominava dimenticava persino che un giorno, come tutte le creature del mondo, sarebbe finito. Sicché volle subito eternare la Velocità e farne Tutto.

 

 

Per questo, ahimè, gli occorreva il mondo ai piedi e che nulla opponesse resistenza. Aveva la forza di scoperchiare tetti, di sradicare piante, ma il vero problema erano gli umani. Come riuscire a sballottarli quali foglie, dove quando ed in qualsivoglia modo? Quelli avevano la capacità di difendersi, il corpo pesante, desideri, affetti e sentimenti lenti. In più coltivavano la pessima abitudine di fermarsi spesso per discutere e decidere insieme. La chiamavano "democrazia", ma a conti fatti era solo una gran perdita di tempo.

 

Pensa che ti ripensa, il Vento di Tempesta trovò la soluzione: s'infilò nella testa degli umani e li convinse che la Velocità era Tutto.

Disse che era cosa buona e giusta competere, strafottersene del prossimo e giungere primi. Tutti gli altri - i secondi, i terzi, quarti, per non dire gli ultimi - sarebbero stati belli che spacciati.

 

Presto la Vita si trasformò in un'immensa gara di galoppo. Diventò

veloce anche la Notte, i Bambini soffocavano tra corsi ricorsi e concorsi, la Tartaruga con un incantesimo divenne parolaccia. Quanto al tempo per gli affetti o per l'educazione sentimentale, che ci pensasse il Padreterno o  al massimo ne parlasse con sé medesimo.

 

Ma, si sa, il "primo" è uno per definizione. Il Mondo si popolò di secondi, terzi, quarti e non classificati. Tutti senza più luogo né futuro, al massimo con la possibilità di guerreggiare per uno strapuntino.

 

Presto, insomma, agli umani si presentò un dilemma secco: o la Velocità o la Vita. Non che della Velocità si dovesse fare completamente a meno, ci sono circostanze anzi nelle quali è di gentile aiuto, ma qui parliamo di quella che si fa presuntuoso quanto segreto sgabello dei potenti.
Bisognava trovare il modo di opporle un gran rifiuto, il che voleva dire opporsi al Grande Vento di Tempesta. E' una parola. Primo, era chiaro che non sarebbe bastato opporsi un solo giorno; secondo, tra gli stessi oppositori non mancavano coloro che di quel Vento erano parenti di ringhio, pancia e istinto (questo, storicamente, non faceva presagire nulla di buono); terzo, quel Vento era penetrato nelle teste di più di mezzo mondo, tanto quanto ne sarebbe occorso per domarlo e rimettere al posto della Velocità la Vita: come unire tante persone?
 
Bon, direbbero i francesi, intanto bisognava opporre comunque e subito quel gran rifiuto. Questo era chiaro e del resto non v'era altra scelta (tutti i tentativi di "addomesticare" il Vento fatti in precedenza avevano avuto un esito disastroso). In secondo luogo, anzi contemporaneamente, bisognava considerare quel rifiuto solo l'inizio di un cammino lungo, difficile ed ancora tutto da inventare.
Quanto al seguito, colpo di scena: mi fermo qui seguendo l'esempio di Rodari. I finali, quando si parla della Storia collettiva, bisogna sempre scriverli insieme.
 
 
 
                                             Sandro Cianci