DIO  E'  MORTO

 

 

 

 

 

 

 

Durante le mie lezioni presso la Scuola di recitazione "Gennaro Di Nella", a Paglieta, mi è capitato spesso di parlare, insieme, di teatro e di temi del nostro tempo. Di tecniche di recitazione e di questioni storiche o di problemi sociali contemporanei. Non era un caso.

Pensavo e penso che la formazione dell'attore debba fondarsi sulla piena consapevolezza di questa profonda connessione. Altrimenti si diventa dei poveri guitti, e più si è "bravi" più si merita solo compassione.

 

Proprio come la figura interpretata da Brandauer nel film "Mephisto", ossia quella di un attore "bravissimo" e nel contempo servitore acritico dei bisogni di "immagine" del regime nazista. Quando a quel potere non servì più, egli venne liquidato da Hitler in persona con una sola parola, ossia: "Attore!". Ma il termine venne pronunciato dal capo nazista con tono tale da equivalere a: "E adesso fuori dalle scatole, topo di fogna!".

 

 

Dopo la lezione, quando tornavo a casa, spesso mi chiedevo che cosa ero riuscito a trasmettere ai miei allievi. Mi veniva il dubbio di avere fatto riferimento a categorie e momenti della storia del Novecento che forse essi conoscevano inadeguatamente o per niente.

 

Avvertivo allora  tutto il peso della brusca interruzione che c'era stata nella trasmissione della memoria allorché, ad un certo punto, il mondo cambiò repentinamente, come mai prima nel corso della storia. Un intero, gigantesco processo era stato messo in moto per arrivare anche a questo. 

 

 

Talvolta alcuni miei allievi mi hanno chiesto di aiutarli a colmare quel vuoto. Per esempio chiedendomi di indicare libri da leggere. Suggerivo, tra gli altri, le "Lettere luterane" di Pasolini. E' ciò che farei ancora.

 

 

Perché mi sono tornati in mente questi pensieri? Perché recentemente mi è capitato di ascoltare di nuovo la canzone "Dio è morto", di Guccini, cantata dai "Nomadi". Per quanto possa esserlo una canzone, credo che questa possa essere considerata anche come uno dei "manifesti" della mia generazione, quella del "Sessantotto". Vi si trovano in qualche misura - per quanto e per come possano essere dette da una canzone - la nostra denuncia del mondo di allora ( di "allora"? ), le nostre speranze, la nostra volontà di lotta.

 

 

Il "Sessantotto" non riguardò solo le città né ebbe un solo volto. Fu un movimento molto più complesso, non esente - bisogna dirlo - anche da superficialità ed errori indubbiamente gravi. Credo anzi che la passività di parte delle nuove generazioni sia un lontano frutto di essi, sebbene non soltanto di essi.

 

E tuttavia oggi vi sono anche altri giovani, quelli che si impegnano in generose iniziative culturali, sociali o politiche, nel senso nobile della parola. Si tratta a mio avviso della parte migliore dell'Italia di domani. Ma aggiungo un altro modestissimo parere: occorre che si formi un grande movimento politico, unitario, capace di mettere insieme e far pesare, nei luoghi dove si decide il futuro di tutti, la forza morale, i bisogni, la richiesta di giustizia, gli ideali che questi giovani di fatto esprimono in singole, importanti, e spesso frammentate iniziative. 

Tocca a questi giovani stessi  dare l'avvio a tale processo ed esserne tra i principali protagonisti, nessun altro può credibilmente farlo al posto loro.

 

Perché Dio, nel senso altissimo dell'umanità come valore primo, non è ancora resuscitato.

 

 

 

                                                    Sandro Cianci