BIODIVERSITA' DELLE LINGUE NEL MERIDIONE D'ITALIA

 

 

 

Più o meno 150 anni fa, i "Piemontesi" vennero nel Sud per ben due volte nell'arco di pochi anni.

 

 

La prima - con Vittorio Emanuele II - per sancire la fine del Regno borbonico. La seconda, per consolarci della sua scomparsa.

 

 

 

Il fatto è che i nostri antenati di allora erano per la gran parte "cafoni", come li designavano i "galantuomini" i quali, com'è noto, chiamavano le persone per nome e cognome.

 

 

E forse fu proprio per averli accolti nel nuovo stato unitario, nonostante quella loro disgustosa connotazione, che i "galantuomini" ritennero giusto, legittimo ed obiettivamente doveroso esigere dai "cafoni" una qualche forma di gratitudine. Per esempio, imposero loro delle tasse anche sui generi di primissima necessità.

 

 

Macché. Quelli non ne vollero sapere, anzi in molti presero il fucile e la via dei boschi. Tra armati e fiancheggiatori pare che fossero poco meno di 300.000. Era nato un nuovo brigantaggio.

 

 

Il governo italiano trovò la cosa particolarmente disdicevole ed inviò senz'altro l'esercito. Da allora, e per lungo tempo ancora, questo fu il solo genere di incontro che i "cafoni" ebbero con lo stato unitario in carne ed ossa.

 

 

La spiacevole rivolta assunse intanto più di una variante. Particolarmente vivace fu quella che sposò le mire revansciste del re sconfitto: Francesco II di Borbone.

 

 

Presto le violenze proliferarono a destra e a manca.

 

 

In Puglia, mentre ancora infuriava la battaglia di Gioia del Colle, ad un ragazzino chiesero: "Francesco o Vittorio?". Quello rispose a caso: "Vittorio". Aveva nominato il re sbagliato agli armati sbagliati. Morì mentre chiedeva : "Fatemi di nuovo la domanda".

 

 

Altrove, un poveraccio aveva urlato: "Viva il Re!", ma senza precisare quale. I soldati piemontesi gli tagliarono le labbra con le forbici.

 

 

A Cupello, nel Vastese, gli uomini dei Savoia fecero il tiro al bersaglio con un "cafone" che rincorreva un maialino per i campi. Ai funerali, il dì seguente, una donna gridò: "Viva Francische!". Dovette fuggire e riparare altrove. Le misero in carcere solo il marito, e solo per molti anni.

 

 

Fu a quel punto che il governo decise di approfondire la conoscenza del pensiero popolare. 

 

 

Ad una contadina chiesero: "Chi viva?". Quella si ritradusse la domanda nel suo dialetto, l'Italiano essendo per i "cafoni" una lingua straniera. Ed in dialetto il quesito le suonava così: "Cosa bevi?". Sicché rispose: "Quande tinghe lu vine, veve lu vine; quande ni tinghe lu vine, veve l'acqua!". E cioè: "Quando ho il vino bevo il vino, quando no, bevo l'acqua!"

 

 

Un'altra rispose invece: "Viva Garibbalde e n' sacce chi è chilladdre!" ("Viva Garibaldi e non so chi è quell'altro!").

 

 

Dubito che queste donne se la siano cavata perché donne, più probabilmente a salvarle fu l'uso della lingua terrona, della quale i Piemontesi non capivano un accidente.

 

 

La Storia però è meglio conoscerla. Grazie a questi episodi, per esempio, si può comprendere che i comuni mortali devono sapere a chi inneggiare. A volte può essere una questione di vita o di morte.

 

 

A meno che, si capisce, non inneggino già da sole alla persona giusta.

 

 

 

                                                      Sandro Cianci

 

 


(Gli episodi relativi alle donne di Cupello (CH) sono tratti da: Laura Fiorentina Fabrizio, "Genta 'bbuna e bona gente", a cura dell'Amministrazione Comunale di Cupello, 1989, pp.41-42. Gli altri episodi sono tratti da: Pino Aprile, "Terroni", Piemme, p.68).