IL  MIO  TEATRO  VIENE  DALLE  FIERE

 

 

 

Il mio teatro viene da mia madre, alla quale era arrivato da mio nonno.

 

 

Il mio teatro viene dalle fiere.

 

 

Il mio teatro viene dalle fiere nelle quali mio nonno, bambino di cinque anni, vendeva e comprava pecore insieme al padre.

 

 

 

Il mio teatro viene dalle storie e dai racconti che si scambiavano in mezzo a galline, capre, asini e cavalli.

 

 

Il mio teatro viene dalla parola amena, dal saper trovare l'altro, dallo scambio, dall'incontro, dalla facondia. Dal sapere che si vive solo insieme e che il resto è pura morte.

 

 

Il mio teatro viene dalla parola che è furbizia, incantatrice di saggezza, sapienza amara e volo, narrazione, relazione come sostanza e senso della vita.

 

 

Il mio teatro viene dalla parola parlata, salita dalle viscere e detta guardandosi negli occhi.

 

 

Il mio teatro viene dal gesto che è parola forte del suo silenzio.

 

 

Il mio teatro viene dal silenzio. Il silenzio di mio nonno che fece appena in tempo ad attraversare i due macelli del Novecento prima di andarsene per sempre.

 

 

Il mio silenzio viene dal suo. Da quel volto che interrompeva il racconto del '15-'18 e si metteva d'un colpo a guardare non so dove, lontano, dove forse anche i paesi dell'anima muoiono senza parole.

 

 

Il mio silenzio è il suo e non ha nulla a che vedere con quello delle anime piegate a deserto attrezzato, mutismo condiviso, autismo partecipato.

 

 

Il mio domani è la parola di mio nonno che è storia, rabbia, silenzio, allegria e racconto.

 

 

 

                                           Sandro Cianci