Quella che pubblichiamo qui è l’Introduzione ad un “Diario-Racconto” dell’evento itinerante dello scorso luglio. Il “Diario-Racconto”, che avrà come titolo “Ad un passo dal guardare le stelle”, apparirà fra non molto in un e-book che sarà dato in omaggio a quanti acquisteranno una copia della più recente pubblicazione del Me-ti: “Spasiba” ( Persone, Poesie ). Sandro Cianci è l’autore di entrambi i testi.

 

INTRODUZIONE

 

L’evento itinerante rappresenta da sempre un modello esemplificativo dell’impegno del Piccolo Teatro del Me-ti nei confronti del “mondo” e, in particolare, del territorio nel quale più costantemente agisce. Territorio fatto di luoghi, di storie, di quotidianità, di persone, di memoria, di grandi problemi umani. Ogni evento itinerante è una continua tessitura di tutto questo, un’elaborazione lunga ed incessante che utilizza tutti gli strumenti dei quali il Me-ti è capace, fin dove è capace, per dar luogo infine ad un’esperienza collettiva – più che ad uno spettacolo, dunque – nella quale gli ospiti diventano “spett-attori” di un’autentica opera di conoscenza, di un’opera di ri-conoscimento di sé, del “noi”, dei luoghi, della storia e del proprio tempo.

Un’operazione politico-culturale nel senso più alto dell’espressione, mi sembra, e, come dicevo, una chiara esemplificazione di quella che tenta di essere la cifra di ogni lavoro del Me-ti, di quello che possiamo chiamare il suo “impegno”. Ciò che lo muove è una tensione etica e politica insieme, proprio perché, e solo perché, generata da un tenace interesse per gli esseri umani, da un inesausto, anche se sempre imperfetto ed insufficiente, senso di responsabilità nei confronti dei loro problemi, dei loro drammi, della loro fragile bellezza e di tutte le risorse davvero preziose della vita. Dico questo, naturalmente, senza per nulla smarrire la consapevolezza dei limiti e delle incapacità che ancora caratterizzano il lavoro del Me-ti.
Ma bisogna aggiungere anche che il compito diventa sempre di più immane. La realtà dei nostri paesi in questi decenni è profondamente mutata. Grandi cambiamenti, in un tempo estremamente breve, hanno investito il territorio. Il consumismo, per esempio, è stato e resta devastante in una realtà come la nostra per secoli sede di una cultura contadina sobria, essenziale, persino severa. E’ avvenuto un vero e proprio mutamento antropologico che pochi ci hanno aiutato a fronteggiare. Il risultato, per esempio, è un’emergenza educativa e più generalmente culturale, che spesso si esprime sottotraccia, in forme diverse e talvolta indirette di malessere. Un’ emergenza taciuta ma non perciò meno preoccupante, tanto più in presenza di una “crisi” che lungi dall’essere solo “economica” investe l’intera vita delle persone.
A fronte di tutto questo, ad oggi, non abbiamo una “lettura del territorio” che ci aiuti a capire cosa è accaduto, che ci offra strumenti e ci indichi gli obiettivi. Ed è grave, a mio avviso, che le Istituzioni, a cominciare da quella più prossima, il Comune, non definiscano – insieme ai cittadini, agli educatori, agli operatori culturali, con l’aiuto di esperti in grado di elaborare una seria ricerca, ed investendo tutte le risorse necessarie – un ampio, chiaro progetto di politica culturale, fondato proprio su di una seria “lettura del territorio”, volto ad affrontare efficacemente e nel tempo questa situazione.
Non sarebbe la bacchetta magica ma a mio avviso non occorre meno di questo. Certamente non basterebbero singole iniziative – una conferenza, un convegno. Né bastano le “manifestazioni”. Collocate in una sorta di contenitore “neutro” nel quale sono ospitate cose anche molto diverse quanto a valore sociale o spessore artistico-culturale, supportate dall’impiego di risorse finanziarie talvolta notevoli, raramente portatrici di un disegno progettuale, esse, pur senza dimenticare taluni aspetti positivi a livello socio-culturale, rischiano di trasformarsi in un alibi proprio perché generalmente non inserite in un quadro coerente nell’analisi così come nella definizione dei mezzi, dei modi e degli obiettivi, ossia, come dicevo, in un chiaro, fondato, condiviso progetto di politica culturale.
Ciò che cerco di esprimere è il disagio, la preoccupazione di una realtà, seppure modesta, come il Piccolo Teatro del Me-ti che avverte tutta la sproporzione di un compito diventato ormai smisurato, al quale nessuno lo obbliga ma al quale, non per questo, intende in alcun modo sottrarsi.
E’ possibile che si sia tutti fuori tempo massimo. E si può discutere sul modo in cui si è arrivati a questa situazione che, come ho cercato di dire, non è nata all’improvviso anche se ha avuto tempi molto rapidi. Analizzando il passato credo che si ritroverebbero fasi e passaggi significativi che meriterebbero un’attenta ed utile rilettura, così come si ritroverebbero fasi e momenti segnati da limiti o insufficienze. Ma intanto qui siamo: una ragione in più per considerare urgente la messa a punto, in una sorta di grande opera collettiva, di una lettura del territorio e di una politica culturale davvero all’altezza della gravità della situazione. Chiedo tutto questo a nome del Piccolo Teatro del Me-ti. Lo chiedo come cittadino.
Nell’attesa, e sperando in tal modo di dare anche un piccolo contributo di riflessione, ecco qui un personale “diario-racconto” del nostro più recente evento itinerante.