(9° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

IL PESO DEI FIORI
Vendeva fiori di carta sotto il campanile, all'uscita delle messe, la domenica mattina.
Li preparava davanti alla porta di casa - il suo laboratorio - quando non andava in campagna.
Le vicine le davano una mano, lì fuori, agli ultimi raggi del sole senescente d'ottobre.
Carta velina celeste e color di rosa, un po' di fil di ferro, niente altro. Ma fiori, tuttavia, fiori.
Poi, su quell'ultimo sole d'ottobre, suonava la campana del vespro, lenta, litanica, a benedire quel poco che rasentava l'inesistenza e che non sapeva invece di entrare proprio allora nel mito, e che anzi il mito non è altro che questo: l'umiltà epica dei nostri gesti quotidiani.
Non so perché me ne ricordo per tutta la vita. O forse sì: per il tanto che in quei fiori e nel fare semplice di quelle donne e nel loro evocare le parole delle madri andate via per sempre, vi era di prossimo al gratuito. C'era più verità in quegli istanti che in mille transazioni finanziarie.
Guardavo quelle povere cose. Più tardi mi sono chiesto come potessero reggere il peso dei sogni, quello immane della Storia, quello indecifrabile della vita.
Solo ora capisco ciò che per quelle donne era da sempre chiaro: che il peso segreto dell'esistenza è lo stesso dei fiori di carta velina, celeste e color di rosa. Lo stesso dell'ultimo andare.

 

L'ORCHESTRA
Nello stesso istante
con le mani
faticava al telaio
con un piede
muoveva la culla
con la bocca e con il cuore
cantava:
Annarella era un'orchestra
al lavoro.

(8°racconto -Paese Mediterraneo 2015)

 

Alle frontiere
costruiscono grandi muri:
sono fatti per crollare.

 

Lo raccontava un cieco, sorridendo,
all'Aria ed al Vento.

(7° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

"Era una notte di tregenda. Gli uccelli, chiusi nei loro covi, risparmiavano i voli in attesa del primo filo di luce dell'alba". Avevo messo in fila queste parole come si prepara un'esca, sperando di attirare un bel sogno. Poi mi addormentai. Solo alle prime luci dell'alba il sogno venne, e fu questo:
il paese era gremito di gente come per la festa del santo patrono. In fondo al corso si muoveva tra la folla un grosso carro di legno, massiccio e senza sponde. Sopra agivano alcuni uomini, un po' giocolieri un po' venditori di qualcosa. Avevano poveri abiti, lisi ed alquanto sporchi. Lavoratori. A guardarli sembravano dei carbonai. Tra i 50 ed i 60 anni, davano proprio l'impressione di persone che avevano perduto il lavoro in tarda età ed ora cercavano di inventarsene un altro. Uno, in particolare, massiccio ed un po' rotondo, gridava in una lingua strana ma che tutti capivamo: "Venite signori, comprate i ceci! Ceci speciali, i ceci della Francia!" Mai sentito nominare. Che cosa potevano avere di speciale? Mentre pensavo a queste cose, mi venne in mente una folla di povere donne e poveri uomini: erano quelli che vendevano palloncini ed altri piccoli oggetti nei giorni di festa del paese. Da bambino restavo lì impalato a guardarli sperando ardentemente che vendessero abbastanza da potersi comprare da mangiare, ma incapace di offrire loro un panino o di comprare un oggetto della mercanzia. Non ho mai capito chi mi ha mandato addosso questa maledizione che mi colpisce e mi paralizza ogni volta che si tratta di comprare o di vendere qualcosa. Mi sentivo di nuovo impietrito. Allora presi e mi allontanai. Andai in edicola, dove comprai una tale quantità di quotidiani da non riuscire a stiparli nella borsa, una borsa di pelle nera, con il manico, come quelle, molto semplici, che si usavano una volta. Soprattutto, però, ora non riuscivo più a mettere in ordine tutto quello che avevo comprato, tirare il totale e pagare. Fu un momento davvero imbarazzante, che del resto conoscevo benissimo. Alla fine, come Dio volle, venni a capo della complicata operazione. Uscii e cosa feci? Tornai verso il carro sul quale gli uomini tentavano di vendere i ceci. Proprio in quel momento l'uomo grosso e massiccio stava dicendo:
"Scusate, signori, se non ci esprimiamo bene. Noi non siamo istruiti."
"Non fa niente!", gridai io, un po' per minimizzare ed un po' per incoraggiarli. "Non fa niente che non siete istruiti!"
L'uomo tacque e mi fissò tra la folla. Stette così, lasciandomi nudo, per alcuni secondi che a me sembrarono un'eternità. Poi disse, con un fondo di dolore emerso da chissà quale profondità: "No signore, fa. Certo che fa."

(6° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

Un'altra volta, invece, erano finiti i sogni.
All'inizio non ci si fece caso. Poi ci si accorse che si trattava di un'epidemia: nessuno sognava più.
Perso per perso, si pensò di interpellare Zi' Angelo, il vecchio contadino che conosceva più di mille storie. Forse ne sapeva una capace di spiegare la fine dei sogni.
- Niente da fare, rispose il vecchio, le storie non me le ricordo più. E se scompare la memoria scompare pure la fantasia che è la madre dei sogni. Come disse quel giudice al pecoraio in un racconto: "Pecoraio mangiaricotta, come può il pulcino partorire una fava cotta"?
- Vedi dunque che le storie te le ricordi!, disse uno.
- Sì, ma è una rimanenza – rispose Zi' Angelo -, siamo ormai alla scortanza.
Chiamavano così, in dialetto, la fase terminale di un processo e, al contempo, le ultime cose rimaste.

Erano dunque punto e a capo.
Perso per perso, pensarono di interpellare un bambino di nome Mattia.
- Possiamo provare ad ascoltare le cose, disse quello.
- Ascoltare le cose??
- Certo, non lo sapete? Tutto parla. Anche le piante, le bestie e gli animali umani. L'ho scoperto una volta che ho mandato il pallone dentro un vaso di calle. Soffrivano da morire. Quando ho tolto il peso, una calla sospirando mi ha detto: "Mi hai fatto male!". L'ho sentito io!
- Va bene, e allora?
- Proviamo con questa.
Il bambino portò all'orecchio un frammento di pietra del deserto avuto a scuola quando erano stati a visitare il museo. Allora udì il frammento che stava sognando di essere inondato da un rigoglioso zampillo d'acqua fresca, limpida e chiara.

(5° racconto - Paese Mediterraneo)

Crescentino Saltimbocca raccontava che quando giunse a Baltimora aveva già una moglie ma non un tetto. Così la prima sera i due andarono in albergo. Verso mezzanotte Crescentino udì un tramestio
nelle budella: doveva andare al bagno. Non avendo i servizi in camera, cominciò a cercarli in corridoio: non li trovò, e temendo di infilarsi per sbaglio nella stanza di qualcun altro se ne tornò nella sua.
Ma il tramestio nelle viscere aumentava. Infine divenne intollerabile. Allora Crescentino ricorse ad un rimedio estremo: prese un giornale, lo dispiegò sul pavimento, vi si accovacciò sopra e.... procedette.
A cose fatte, restava il problema di liberarsi del prodotto. Si consultò con la moglie: l'unica era la finestra. L'aprì, fece del giornale e del suo contenuto un unico viluppo, afferrò il tutto e, tenendolo con una mano, cominciò a farlo roteare nella stanza per garantire al proiettile un'ampia gittata.
Senonché, in quel mentre, il viluppo gli sfuggì di mano e subito un ampio affresco, mai visto a memoria d'uomo, apparve lungo le pareti e l'intero soffitto della stanza.
Seguirono alcuni istanti di comprensibile smarrimento. Poi i due convennero: l'aiuto di una terza persona era ormai indispensabile, e questa non poteva essere che un cameriere.
La mattina dopo, quando si sentirono i primi passi in corridoio, Crescentino tirò fuori la testa dalla porta della camera, fece cenno ad un cameriere di avvicinarsi e, senza farlo entrare, gli spiegò che c'era un lavoro da fare.... dentro la stanza.... Un lavoro di pulizia.... piuttosto impegnativo.... Ma poi al cameriere avrebbe pensato lui, Crescentino....
L'uomo, ingolosito dalla promessa di un robusto compenso, accettò. Entrato che fu, vide quello che mai occhio umano aveva visto: una sorta di Cappella Sistina della schifezza. Allora, ancora in preda allo stupore, chiese:
- Ma voi come cacate??
- Con il culo, rispose Crescentino.
Fosse stato un po' filosofo avrebbe potuto aggiungere: "Nella vita le cose più difficili sono sempre gli addii". Ma era un contadino. Bravo a suonare l'organetto, questo sì, ma non un filosofo.
Così agli occhi del cameriere il mistero rimase per sempre indelebile. Almeno quanto la memoria di quegli affreschi, unici nella storia dell'edilizia alberghiera.

VINCENZO

Vincenzo ha circa 9 anni ed è uno dei più giovani spettatori del Piccolo Teatro del Me-ti. 

Tempo fa mi ha fatto visita e mi ha portato un quaderno con su scritte queste parole: "Quando Sandro mi invita ad un suo spettacolo sono il bambino più felice della terra! Ha sempre il sorriso e questo mi stupisce, che sia così solare. Per me è un grande esempio da seguire. DA GRANDE VORREI diventare con il cuore e con l'anima bellissima".

 

MATTIA

Mattia, che ha circa 6 anni, ieri mi ha raccontato il suo sogno. Faceva così:

"C'era un bambino che era cattivo e si chiamava Kid. Ed anche le persone adulte dell'universo e gli altri bambini erano cattivi. Ed a me e al mio amico Luigino volevano fare la puntura. Allora tutti e due abbiamo chiesto a Kid se quella puntura ci avrebbe fatti diventare cattivi, e kid ha risposto di sì. A quel punto, per fortuna, è arrivato il mio mattino della verità ed il sogno è finito".

 

I bambini, dunque, ogni tanto prendono la parola ed elaborano per noi adulti un lungo rapporto sullo stato del mondo.

 


(2° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

Sedute sotto l'albero di zi' Angelo, le vecchie contadine raccontavano. Le storie si alzavano nel fresco mattino di giugno entrando nella casa di luce dell'aria come dentro il loro luogo naturale.
C'erano Maria, Carmela, Giovina, Elena e za'Maria.
Narravano come fanno le donne, come un mare che si spande a braccia di madre.
Era stato, quello del '43, un novembre carico di pioggia che Dio la mandava. Giorno dopo giorno, per l'intero mese, gli Inglesi avevano dovuto rinviare l'assalto alle linee tedesche poste oltre il Sangro: i carri armati non riuscivano a varcare il fiume e la pianura diventata di fango.
Poi il giorno venne e fu un giorno all'arma bianca: nella battaglia furono usati anche i coltelli, infilzati dovunque. Non vi dico cos'era – pur nel racconto pieno di pietà che ne fecero le contadine – la Piana di Mozzagrogna all'alba del giorno successivo.
L'immane idiozia della guerra andava verso nord, la vita verso sud. Famiglie di contadini guadavano il fiume all'inverso. Carri, masserizie, poche cose, quello che si poteva, quello che era rimasto. Anche i bambini portavano qualche oggetto, erano abituati.
Maria aveva cinque anni. Una volta, da sola, aveva cotto gli "gnocchetti". Li aveva buttati in acqua, troppi, e ne era venuta fuori una colla.
Ora io non volevo sapere quali oggetti portava la bambina, quel giorno, mentre guadavano il fiume. Ora volevo sapere quale sogno portava tra le mani, sulle spalle o nel piccolo petto "Sacro Cuor di Gesù aiutami tu". Quali erano i loro inermi, brevi, taciuti sogni di bambini fioriti nel grande macello.
Glielo chiesi.
- Non ne avevamo, rispose. Sapevamo che per tutta la vita sarebbe stato inutile avere sogni.

Sedute sotto l'albero di zi' Angelo, le vecchie contadine raccontavano. Le storie si alzavano nel fresco mattino di giugno entrando nella casa di luce come dentro il loro luogo naturale.
Avevano attraversato tutta la vita, quelle donne, senza un briciolo di sogno. Per scelta, per via di un realismo di ferro, amaro, inattaccabile. Mille chilometri di ingiustizie avevano addentato le loro fibre fin dalla nascita.
Eppure, anche da vecchie, erano ancora lì, rigogliose, a raccontare. In un dialetto che non ha né i tempi del passato né quelli del futuro. Maestre, madri, ultime cantatrici di un'energia di vita che non abbiamo conosciuto mai più.

(4° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

Questa notte ho sognato un sogno semplice, luminoso. Ve lo racconto:
Eravamo in una piazza qualsiasi, di un paese qualsiasi: poche decine di persone, sparse per piccoli gruppi, le une alle altre sconosciute. Dentro una saletta lì vicino era in corso un comizio elettorale.
Cosa aspettavamo, noialtri, lì fuori? Non lo sapevamo.
La mia macchina aveva un altoparlante. Allora misi su, insieme ad una persona che era con me, un vecchio disco: una versione arrangiata ma riconoscibile dell'"Internazionale", ossia di quello che fu, durante il Novecento, il canto di milioni di lavoratori di tutto il mondo. Un fremito percorse la piazza, come un silenzio che prende la parola per un attimo e poi la depone.
Ci stringemmo un po' di più gli uni agli altri, ma senza dire nulla. Una donna la conoscevo: in vita era stata madre di molti figli, una famiglia di sottoproletari vissuta di stenti:
- "Questa è una vecchia canzone politica - mi disse -, ma se le persone rifiutano la politica, come mai ora si commuovono?"
- Ero imbarazzato, non sapevo cosa dire.
- La risposta la lessi tutta negli occhi della stessa donna che mi aveva fatto la domanda, ed era più o meno questa:

- "Le persone sono stanche. Le parole di chi sta in alto entrano nel loro stomaco come menzogne vuote. Non sanno più cosa farsene. Hanno bisogno di speranza. Una speranza autentica, luminosa, che tenga tutte insieme, come in un solo orizzonte, le piccole-grandi cose delle quali hanno davvero bisogno. E sono poche cose, umane, già tutte rivelate dal cammino delle moltitudini che hanno attraversato i secoli in silenzio.
- Poi basta, non c'è altro da dire ".

- Le affermazioni di quella donna mi fecero ripensare ad una casseruola che spesso mi viene in mente. Non è la più nuova, non è perfetta, anzi è vecchia, piena di bozzoli, eppure pratica, utile in ogni caso per preparare una pietanza semplice, in grado di rendere migliore la vita. Uno strumento nobile, dunque, pur nella sua povertà.

Quella donna insomma aveva rimesso davanti a noi il grande problema del Novecento: come costruire l'umanità nuova. Ma mi aveva anche fatto capire che ciò che dobbiamo cercare non è il paradiso. Somiglia piuttosto ad una casseruola: semplice, essenziale, utile per vivere. Nobile, dicevo, proprio per questo..

E non importa che sia imperfetta, anzi.

(1° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

 

Quest'anno non ci sarà "Il Paese Mediterraneo" così come lo conosciamo, ma questa notte mi è venuto in sogno.
Ho sognato l'evento itinerante. Ed era così: gli attori improvvisavano senza un copione, il pubblico inventava azioni come da lungo tempo ha imparato a fare, uno spettatore si faceva pianista....
Poi, d'un tratto, venne il momento più importante, e fu semplicemente un istante:
le persone erano sul vecchio muraglione, alle loro spalle la valle saliva verso la sera, tenue, tenerissima, con appena un velo, solo qua e là, di caligine; cantavano la canzone di un fiore, non uno di preciso – la rosa, la dalia – ma uno qualsiasi, uno per tutti. Il pianista suonava. Ed era una canzone dolce, malinconica, lontana e piantata nel cuore. Come il giorno che nell'ora silenziosissima del passaggio andava ad incontrare la sera, come la valle che in punta di piedi trasfigurava, insieme al fiume al mare ed alla montagna, e si faceva ombra, silenzio, muto sussurro dell'esistenza. Addio ed assenza. L'umanità muta ed ignara dava vita al suo canto, la vita levitava quietamente al mistero portando con sé e rivelando il segreto dell'esistenza: la nostra immane, eroica, fragile, amorevole grandezza di guardare negli occhi la notte che attende, e cioè il nulla, l'Altro o l'Altrove indicibile. Trepidando e tacendo. Con gli occhi asciutti ed un cuore di pianto. Lieve, infantile, incredibile.
Era un istante, ve l'ho detto, ma in quell'istante era riassunta l'essenza della vita.
Il teatro, peccato, non lo si può raccontare.

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