I L    N I E N T E    E D    I L    N U L L A

Sarà stato un 2 giugno. Poniamo del ’67. Non ho buona memoria. I miei ricordi trattengono pochissimo, dimenticano i dati: mi saprebbero di contabilità. Alla mia memoria restano impigliati solo rari brandelli di tempo, strappi di stoffa al vento, sensazioni - vaghe, per lo più. E’ come se rimanessero a peregrinarvi nient’altro che anime perse, tagli di colore, un accenno di musica. Mai un vero e proprio canto. In un certo senso, non ricordo niente.

 Comunque. Sarà stato un 2 giugno, poniamo del ’67. Avrò avuto quasi vent’anni. Uno dei miei due fratelli, il più grande, mi portava a Recanati, al paese di Leopardi, ad una patria di poesia.

M A R Z I A N I

 

 

Un giorno vennero i marziani. Atterrarono a Roma, credendo che fosse ancora la

città "caput mundi". Desideravano aggiornarsi sullo stato del pianeta, sulle

condizioni di vita degli uomini, sulla loro storia.

 

Quando appresero che la capitale italiana non era più così importante come l'avevano trovata l'ultima volta, molti secoli fa, ci rimasero male. La delusione svanì non appena qualcuno spiegò loro che i vari angoli del pianeta ormai si somigliavano e che sarebbe bastato seguire un notiziario televisivo per aggiornarsi sullo stato del mondo.

 

La prima sorpresa fu scoprire che di notiziari ce n'erano molti e che tuttavia si somigliavano parecchio. La seconda fu rendersi conto che gli umani davano vita a dibattiti televisivi lunghissimi senza che nessuno degli interlocutori ascoltasse davvero le ragioni degli altri, mentre ciascuno ripeteva all'infinito la propria tesi. La terza furono, di lì a poco, le notizie del giorno: quella ritenuta più importante narrava che il Presidente dell'Iran era in visita a Roma e che - credendo di rispettare il suo credo, i suoi costumi, le sue convinzioni morali - qualcuno aveva fatto coprire con dei teli le statue dei musei capitolini raffiguranti dei nudi.

 

Molte erano tuttavia le notizie di quel giorno. Tra queste, una riferiva di bambini che fuggendo da una guerra avevano tentato la via del mare. Ma il mare era stato cattivo: aveva rovesciato il barcone inghiottendo per sempre diciotto di quei piccoli.

 

Vennero poi i dibattiti serali. I Marziani, a sorpresa, vollero confondersi con il pubblico di uno di essi. Quasi tutti gli oratori sostenevano, infiammandosi di alta passione, che la cosa era ormai insopportabile, che i valori erano stati capovolti, che occorreva ad ogni costo individuare i responsabili di un simile disastro. Qualcuno arrivò a dire che si era di fronte ad un crimine contro l'umanità. 

 

Parlavano delle statue. Ricordavano a tutti il valore e l'autonomia dell'Arte, la sua laicità che era poi una sola cosa con il rispetto della persona umana.

 

Non sapendo come animare un dibattitto che rischiava di protrarsi per ore nella quasi corale e monotona ripetizione di quell'unica tesi, il conduttore ebbe l'idea di offrire il microfono al pubblico.

Fu allora che uno dei marziani chiese la parola e pose agli oratori questa cortese domanda:

 

Che senso ha più l'Arte senza quei diciotto bambini?

 

Nessuno dei convenuti osava dirlo: la domanda li aveva colti di sorpresa. Per di più sembrava astrusa, priva di nessi logici, francamente incomprensibile. Per questo nessuno parlò. Seguì solo un silenzio di ghiaccio, freddo, abissale, quanto il mare che aveva divorato quei diciotto piccoli migranti.

 

Sandro Cianci

( da "Il tempo dell'Uomo", libro in preparazione )

 

V E N T O

 

 

Di notte

 

mille voci di vetro

 

raccontano storie

 

di migranti inesausti

 

dallo spicchio di vento

 

che prese fuoco ad Auschwitz

 

 

 

Sandro Cianci

 

(da "Il tempo dell'Uomo", libro in preparazione )

I L  V E N T O

 

 

 

Di notte

 

mille voci di vetro

 

raccontano storie

 

di migranti inesausti

 

dallo spicchio di vento 

 

che prese fuoco ad Auschwitz

 

 

Sandro Cianci

 

 

( da "Il tempo dell'Uomo", libro in preparazione )

 

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V O C I Di notte mille voci di vetro raccontano storie di migranti inesausti dallo spicchio di vento che prese fuoco ad Auschwitz

vetri e vetro

prova

 

PROVA prova prova

Il vecchio attendeva gli ospiti dentro il roseto o all’ingresso. Ma le vere porte erano i suoi occhi, grandi, miti, profondi. Egli era l’unico superstite, ed il roseto l’unica cosa rimasta, dopo che i nazisti avevano dato fuoco all’intero villaggio. Da allora si era dedicato alle rose come ci si dedica allo scopo di una vita. Perché? Per chi, se non era rimasto più nessuno, se i minatori e le donne ed i bambini erano stati deportati o bruciati con le case, i tavoli, le sedie, la biancheria lavata e ripiegata nei cassetti dei comò, le casseruole, gli abiti da lavoro e quelli della festa, i paramenti del parroco, gli animali, le travi della campana e tutto quello che scandiva gli schivi respiri della vita quotidiana? Il vecchio era nel roseto anche d’inverno, quando le piante giacevano sotto la protezione della paglia e per ingannare il tempo ripetevano a turno le parole lasciate dal sole, dalle carezze che solo esse intendono. Passarono anni ed anni. Quell’uomo continuò a parlare tutto solo con le rose, a curarle, ad ascoltarle con il silenzio mite e profondo di chi asseconda il passo naturale della vita. Poi, qualcuno si ricordò del villaggio. Cominciarono a venire visitatori. Ed il vecchio indicando li guidava: “Qui c’era la chiesa…. Qui la scuola…. Qui la casa di Rosina… il piccolo terrazzo con i vasi di fiori allineati e la pietra perché chi arrivava potesse sedersi e prendere ristoro….”. Raccontava, resisteva, quell’uomo, anche nelle giornate scudisciate dal vento e dal gelo. Grazie ai ricordi, forse, o alla sua stessa voce. Un poco alla volta il luogo divenne uno dei simboli del domani. Arrivavano giovani da tutto il mondo, ed il vecchio era il più giovane di tutti, rinnovato a sua volta dal sorriso dell’altro e dal profondo acconsentire alla vita. Un giorno, com’è nel destino di tutti, egli se ne andò. E come spesso a noialtri accade di fare, dopo un po’ ci si dimenticò di lui. Ma quando vennero altre guerre qualcuno, all’improvviso, si ricordò del suo sorriso. Ci si chiese dove fosse finito, perché anche i sorrisi restano, non solo le tristezze, o i veleni, le miserie, gli “io, io” quotidiani. Bisognò cercarlo a lungo, fino a quando - oh, meraviglia - ci si accorse che era rimasto dentro di noi. In un punto profondo, però, molto profondo. Mentre ci si domandava cosa farne, fu trovato un biglietto, per caso, dentro una casseruola in casa del vecchio: “Abbiamo tutti del lavoro da fare in tanti paesi del mondo, e per questo abbiamo molto bisogno di ricordare, di riflettere”. Chissà, oggi, dove sarà finito quel biglietto. Ma, questo è sicuro, possiamo ancora trovarlo. In ogni caso, buon lavoro! Il Piccolo Teatro del Me-ti P.S. : Le parole di questo racconto sono nostre. La storia narrata, invece, la dobbiamo in gran parte a: YANNIS RITSOS, “LE DERNIER ET LE PREMIER DE LIDICE”, Edizione in lingua francese curata da AVANT QUART, 1978.

(11° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

Avrà una gonna larga, piena di bigliettini. Li tirerà fuori ad uno ad uno.
Li leggerà, li racconterà, li canterà.
Tutta la vicenda umana in 101 storie.
E la gonna sarà un tripudio di fiori.
E non ci vorrà una luce, basterà quella che ciascun giorno vorrà dare;
e non ci vorranno un palcoscenico, basterà una strada;
e non ci vorrà un pubblico, basteranno le persone;
e non occorrerà aver letto molti libri:
basterà la leggerezza del cuore.

(10° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

La sera, dopo aver preso il lavoro del giorno dopo per la campagna, rientrava a casa e subito nella stanza d'ingresso ritrovava le pecore. Rosinella, Carolina, Catarina.... Le chiamava una per una, accarezzandole sotto il mento. Domandava se stavano bene, se avevano mangiato, se erano contente. Poi, seduta su di una pila di tre mattoni, diceva:
- "Adesso ascoltatemi bene. Domani vi devo casurare (tosare). Ci vuole la pazienza. Però quant'è bello a stare freschi! Non è vero Rosinella? Perciò, mi raccomando, statevi accorte e fate le brave!"
Le bestie, ferme, ascoltavano le sole parole che la padrona pronunciava durante la giornata. Poi quella saliva al piano di sopra - nell'unica stanza dove cucinava mangiava e dormiva – e gli animali riprendevano chi a fare le cacche a piselli, chi a ruminare, chi a dormire.
Un giorno la donna sbagliò le scale e salì al Cielo. Gesù, non sapendo cosa fare, le affidò un gregge da portare al pascolo.

Si sentiva bene lì, quella donna. Della vita passata non ricordava nulla, il tempo era uno ed aveva smesso di scorrere, lei e la vita una cosa sola.
Certe volte vedeva le nuvolette color di rosa: le parevano i rabbuffi della lana o il muso di Sansone, la capra di lassù, quando arraffava l'erba fresca. Parlava la stessa lingua di prima, non aveva mai fame, non le mancava nulla.
Nemmeno si rendeva conto di trovarsi in paradiso.