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CARO ZI' ANGELO, RACCONTACI...

E così, anche Zi’ Angelo ci ha lasciati.
Le molte persone che lo hanno conosciuto sanno che parlo di un anziano contadino, straordinaria figura di narratore che, tra l’altro, ha arricchito ed accompagnato per decenni il lungo cammino del Piccolo Teatro del Me-ti.
L’ultima immagine del suo narrare in pubblico:
non lontano dal compiere i 100 anni, non vedeva quasi più il viso degli ascoltatori. Mi parve, quella sera, un direttore d’orchestra in un oceano buio pieno di presenze. Toccante e leggerissimo, narrava seguendo e quasi dettando i tempi, a sé ed agli ascoltatori. “Io le persone le vedo tramite l’affetto”, mi disse.
L’affetto. Ciò che nutriva per me, dopo decenni di cammino insieme nel teatro, era fatto di molte cose: l’affetto che può avere un padre per un figlio; gratitudine per quel dono inimmaginabile, enorme sul piano umano, che era per lui l’ingresso del teatro come ulteriore spazio relazionale nella sua vita; rispetto, e non un rispetto generico ma addirittura – ed era davvero una grande bontà da parte sua - quel rispetto che si aveva nelle antiche botteghe artigiane per il “Mastro”.
Ma con Zi’ Angelo (e con la sua generazione) se ne va ancora di più una grande cultura, quella contadina. Egli non la “raccontava” né la “testimoniava”, egli, semplicemente, era quella cultura.
Egli era, resta, resterà innanzitutto maestro di umanità. Grande maestro. E c’entra anche quella cultura: “Lu monne è tutte appiccicate”, la riassumeva una vecchia. Sì, perché è la vita ad essere così. E Zi’ Angelo ce lo ha mostrato. Non esistono l’ “attore”, il “pubblico”, il “teatro”, ecc., esistono, sempre ed in ogni contesto, solo le persone, gli spazi del vivere comune, il cielo, le stelle, “li limanelle”… Ma tutto dentro l’unica dimensione del vivere e della relazione. E’ questo che ci salva dall’alienazione e cioè ci conserva, sempre, tutta la nostra umanità.
La vita. Sempre, prima di tutto. Un dono, con tutto ciò che contiene. Egli ce lo ha insegnato con l’intero suo essere.
Grande maestro di tutto ciò che conta davvero, non esistono parole per ringraziarti di questa altissima lezione che è durata tutta una vita. Tranne quelle, commoventi, di quel tuo linguaggio semplicissimo. Ma quel linguaggio non lo si imita né lo si insegna. Lo faceva il tuo cuore.
Allora solo una cosa:
Caro Maestro Zi’ Angelo, quando avrai terminato di attraversare il “Ponte di S. Giacomo” raccontaci l’UNIVERSO. Perché tanto  lo sappiamo: continuerai a raccontare anche Lassù. E comincerai come sempre: “Nei tempi tempi…


Ricomincia, ti ascoltiamo.


Ti abbiamo voluto bene, tanto, e te ne vorremo sempre.
Ciao, Zi’ A.


Sandro

UN FIORISTA

Ha dilapidato tutti i suoi averi.
Ha dilapidato perfino
tutti i suoi segreti in parole ambigue. Ha esaurito
le sue ultime riserve di cielo in riti silenziosi,
in simposi simulati con bicchieri vuoti,
con musiche senza strumenti.
Ora tace. Nondimeno
sa bene che all’angolo delle vie Kòrakas e Papanastassìu
è sempre aperto un piccolo fiorista triste,
e lo strano è che esistono ancora persone,
probabilmente poveri, che comprano dei fiori.

Yannis Ritsos

(La poesia è tratta da: Y. Ritsos, “Molto tardi nella notte“, Crocetti editore, 2020)

Sandro Cianci

TEATRO CON PIANTE, CRISTIANI E LIMANELLE: CRONACA DI UN INCONTRO-LETTURA-RECITAR-RACCONTANDO

Comincio dalla fine.
Alla fine un’onda di gratitudine si riversa su di me inattesa. Eppure ho solo pronunciato parole  e storie neanche mie.
Sono commosso. C’è tanto - e quanto! - diffuso bisogno d’incontrarsi per dirsi parole vere.

Lo so, ogni evento “è” quando si accende, un istante dopo “è stato” e addio. Disperata meraviglia del teatro, fragilità e splendore. Eppure di quell’evento faccio qui la cronaca (miserella, tuttavia, perché l’incontro che s’accende – il teatro – non ha mai racconto). E dunque sia:

Ho cominciato evocando la sorprendente apparizione di chi era presente in carne ed ossa: Amici venuti dalla lontana Frisia, Eirne e Florence sempre in ricerca, Claritas sorriso splendente, Françoise Marì e Montì, Rubin de Santo Rosario, Lucien De Chateauneuf, A. Noel, detta l’Anarchica.
Ho detto poi queste parole (prese altrove e lievemente adattate):
“Un teatro avviene quando il camminante incontra altri camminanti, (un teatro) risuona al riconoscimento tra i viventi”.
Siamo noi, tutti, i “camminanti”. Ed oggi avverrà (spero) un “riconoscimento”  vero, altro, empatico, tra noi, dopo il risuonar di parole alle quali darò voce. Oppure saranno le parole a “risuonare” poi che avvenuto sarà il riconoscimento empatico tra i camminanti? Accipicchia.
(“Da questo posto esco sempre con domande”, dirà alla fine Eirne).

Iniziano or finalmente la storia di Galileo e le storie tante: perché c’è anche quella di chi le scrive, le storie, e quella di chi le rappresenta, e di chi udir le vuole o non le vuole, e di Italie ginocchioni, contadini cafon-migranti, Chiese, Scuole, Scienze e piccoli teatri…
Parlo-racconto e leggo.
Ma ecco: il Signor Nibbio ha preso a girarvolarmi sopra le parole. Le porta in cielo e nel volarparola dice: “Anch’io ci sono. Vi ascolto, vi guardo e vi proteggo”.
Pur anche ci sono gatti onnivaganti, bosco ed animali, jervitelle e limanelle, talpe e clandestini sottoterra.
Va bene, proseguiamo. Giungo al dialogo tremar-vibrante di Galileo con l’amico Sagredo, e quando questi chiede: “Dov’è Dio, nel tuo sistema dell’universo?”, Galileo risponde (mi batto il pugno sopra il cuore): “In noi, o in nessun luogo!”.
Sento allora l’Ulivo alle mie spalle nell’indicibile forza sua.  Immobile. Solenne.
Ed il Gelso chiomoso con quanta chioma ascoltare!
E, continuando, quante avverto presenze, anche di chi non c’è: ossia chi da sotto l’ombrellone mareggiando dice: “Anch’io ascolto”, e chi per impegni precedentemente assunti annuisce dal luogo dell’impegno, e chi senza voler parere tende l’orecchio, e quanti e quanti ancora in tanti modi siamo!
Passa colà, traversando un’aia, Angeletta e dice: “Prendo le parole che posso, Sandro, perché fermarmi io non posso”, e le raccoglie senza nemmeno girarsi né mutare il rapido passettinare che hanno le donne quando a molte cose attendono e persone.
Ohi che sorpresa e quanto dolore!- Invisibile agli altri e silenziosa è tornata Greta, la gatta, che – ora è un anno – una sera uscì di casa per non tornare più, sentendo giunta l’ora del grande suo passaggio. Siede lì dove c’è un posto, come quando un tempo tranquilla stava ad  ascoltare noi, intenti in seminari strani, a parlare di Cerchi di Gesso e Giardini di Ciliegi e Madri Carrar e...e...e…
“Infelice è la terra che ha ancora bisogno di eroi”, dice Galileo intanto. E mentre lo dice irrompe nel piazzale Mattia, ragazzino mio nipote, e fuori copione veloce con la bicicletta disegna un’ampia curva gentile intorno a noi, leggera, tanto che pare sfavillio di rondine. Per la Maiella! Anzi no: grazia, miracolo d’una drammaturgia, la mia-la nostra, che sempre nel tutto abita e mai da esso si vuol distinguere.
Fresco respiro, allora, sosta degli ascoltatori miei commossi e commoventi perché intenti, perché presenti senza avarizia, ed anzi con dono di sé, in parole sentieri e cammini di storie.
Io intanto avverto, giù, nelle valli dell’Osento, cinghiali e cinghialotti ascoltare e pensare quando poter tornare qui sopra a cercar cibo raspando notturni nei campi… E domandare: “Fino a quando ciancerà il Cianci?”
Sono giunto all’amaro monologo del Galileo finale. Ultima lezione all’allievo (e a noi?? Ohibò!)  che dal suo maestro è all’ultimo distacco (Ah, gli addii quanto dolore). E grandi questioni dice il Galileo (“Possiamo noi ripudiare la massa e conservarci ugualmente uomini di scienza?”; e: “Se la battaglia per la misurabilità dei cieli è stata vinta dal dubbio, la battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta dalla credulità...Con tutt’e due queste battaglie ha a che fare la scienza...”).
Generosi ascoltatori. Il cammino è stato lungo ma sentono il momento e lo percorrono a cuore aperto fino in fondo. Li abbraccerei.
Oh quanto abbiamo camminato fra parole e pensieri mentiti oggi a noi comuni mortali. E fra spettacoli “banditi” (“Caro Strehler, la prego: non lo faccia, non lo faccia, non lo faccia”, implorava-ingiungeva un cardinale di Milano con un telegramma a Strehler regista, a pochi giorni dalla prima assoluta italiana del “Galileo”. Che invece ebbe luogo. Piccolo Teatro, Milano, aprile ‘63).

Ora, anche qualche fetta di buon melone ed un po’ di vino, - nella sera serena sopra  piante, cristiani e limanelle - fanno ristoro.
Intanto, a me il Nibbio sussurra aver visto anche – nei boschi che digradano all’Osento – le frasche, le ramaglie, i sottoboschi tutti, ascoltare in umiltade le parole e, assorti, sentire sé salire in dignitate.
“Ah, domando io, quanto vasto ancora  è il mondo che giace in umiliazione?”
“Tanto, risponde il Nibbio. Tanto  e tanto”.

Così compresi che fondato era, quella sera, un gran “TEATRO DI PIANTE, CRISTIANI E LIMANELLE”, e che anzi dalle origini esso fondato è già (senza proclami, manifesti e annunciazioni). Il teatro universale dell’universo nel quale ogni essere può stare.
L’unico nel quale ancora e liberamente sto.

Sandro Cianci

ESULI

 

 

Diceva parole che nessuno più
capiva
“pane”, “sete”, “acqua”.  Ancora meno
“rivolta”.

Allora indicò un chiodo
piantato nel vecchio muro

reggeva la corda del bucato
alzando
la povertà
delle vecchie tele
tessute in casa

tra i muri
dell’antico cuore
accendeva
tutta la luce del mondo.


Sandro Cianci

UN EVENTO PIU' "LO SPLENDORE DELL' ESISTENZA"

Care Amiche, Cari Amici,

Due cose.
La prima, l’evento:
Vi ricordo che DOMENICA 18 LUGLIO offro la possibilità, a chi lo desidera, di partecipare ad un incontro umano, e dunque di poesia, attorno alle parole di un testo teatrale (“VITA DI GALILEO”, di B. Brecht) ed a parole che narreranno storie ad esso connesse. Leggerò (alcuni brani) e racconterò. All’aperto.
Sarà come quando si condivide un pane attorno ad una tavola. Questo il senso.
E’ ancora possibile (e necessario) prenotare. Non avendo più un cellulare, devo chiedere, a chi desidera partecipare, di prenotare con una breve mail a :
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fatta la prenotazione, occorrerà attendere conferma da parte mia.

PAGLIETA, VIALE GRAMSCI 81
DOMENICA 18 LUGLIO ORE 18,30


 “GALILEO ED ALTRE STORIE
 
(OBBLIGO MASCHERINA)


Ed ora la seconda cosa, “lo splendore dell'esistenza”. Un semplice mio ricordo.
Ecco:


Quando facemmo la prima volta “Il Paese dei Racconti” era marzo. Roba da pazzi (gli eventi si svolgevano nella gran parte all’aperto, di sera) ma ci andò bene. Quell’anno fu un marzo mite.
Vogliamo chiamarlo un “festival teatrale”? Chiamiamolo. Ma “Il Paese dei Racconti” era un’altra cosa e il nome non c’è ancora.
Si trattava di diversi giorni, di eventi singolari. Anche di “teatro”, certo. E tutto nel quartiere vecchio, che allora come oggi era una sorta di propaggine a sé stante del paese. C’erano molti vecchi e già case vuote. A parte i residenti, non ci andava quasi più nessuno.
Noi avremmo occupato spazi pubblici, ore di sonno altrui (i vecchi andavano a letto presto), silenzi e molto altro che è difficile elencare compiutamente.
Saremmo entrati in spazi che non erano nostri. Saremmo entrati nella vita di persone. E con cose ed in un modo che non era per nulla scontato le interessassero.
Si può davvero “spiegare” il teatro? No. Si spiega solo lo stereotipo e quello non c’è bisogno di spiegarlo. Tuttavia pensavo, pensavamo, pensiamo, che non si poteva entrare e basta.
Allora andammo, prima che “Il Paese dei Racconti” iniziasse, casa per casa. Consegnammo l’intero programma, sorridemmo, chiedemmo davvero permesso. Cercammo di spiegare che nel quartiere dimenticato stavamo per portare azioni, eventi, persone, cose singolari in ore e luoghi insoliti. Soprattutto andammo da loro. Corpi, persone. Questo, credo, sorprese ed impressionò chi ci riceveva: eravamo andati, innanzitutto, a casa loro! Uno per uno, proprio da lui, proprio da lei! Qualcuno li aveva pensati, si sentivano riconosciuti, esistevano. Era  l’inizio di quello che sarebbe stato un lungo andare.
Questo mi manca, oggi, questa reciproca com–mozione. Teatro. Quando si registra un salto di energia umana “nelle” e “tra” le persone. Un tremito dei cuori. Una “straordinaria” comunicazione. Teatro, questa è l'anima.

Indispensabilità dell'altro.
Oggi – ed in un ambito ben più generale del teatro - è tutta un’altra storia. Altro che "altro"...
Lascio perdere. Ma all’improvviso, e magari non c’entra, mi torna in mente Franco Scaldati, un grande uomo di teatro poeticissimo, largamente ignorato, il quale diceva:
“Che devo scrivere? E che c’è da scrivere? Ho scritto delle cose e le leggo, chi vuole sapere venga ad ascoltare. Squadre di assassini braccano i poeti, prima venivano isolati e abbandonati dalle persone amate, vengono uccisi, i poeti non capiscono niente, sono sempre in un altro mondo, “Signore lei è un abusivo sa!” - mi hanno sparato, vabbè da morto è un’altra vita!”

Andammo, dunque. Casa per casa. Ed a quello che poi facemmo diedero anima molte persone: giovani, contadini, contadine, anziani…  Ciascuno (e ciascuna) con il proprio sapere, lingua, verità. Ciascuno se stesso e basta.
Tentammo, procedendo a tentoni, maldestramente, insufficientemente, inventando, lottando contro modelli falsi dalla validità supposta scontata. Come sapemmo, come potemmo. E con un’altra pratica perché, in tutto, il teatro o è pratico o non è.
Chissà perché mi vengono alla mente, di nuovo, parole di Franco Scaldati:


“La bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. E’ qui il seme che si crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza”.

Sandro Cianci

(Queste ultime parole di Scaldati sono tratte dal film di Franco Maresco a lui dedicato; quelle citate più sopra sono riportate da Melino Imparato, attore ed attuale responsabile della compagnia Franco Scaldati, nel libro: “IL TEATRO E’ UN GIARDINO INCANTATO DOVE NON SI MUORE MAI. Intorno alla drammaturgia di Franco Scaldati”, a cura di Valentina Valentini, Titivillus, Corazzano – Pisa -, 2019, pag. 190).