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UN EVENTO PIU' "LO SPLENDORE DELL' ESISTENZA"

Care Amiche, Cari Amici,

Due cose.
La prima, l’evento:
Vi ricordo che DOMENICA 18 LUGLIO offro la possibilità, a chi lo desidera, di partecipare ad un incontro umano, e dunque di poesia, attorno alle parole di un testo teatrale (“VITA DI GALILEO”, di B. Brecht) ed a parole che narreranno storie ad esso connesse. Leggerò (alcuni brani) e racconterò. All’aperto.
Sarà come quando si condivide un pane attorno ad una tavola. Questo il senso.
E’ ancora possibile (e necessario) prenotare. Non avendo più un cellulare, devo chiedere, a chi desidera partecipare, di prenotare con una breve mail a :
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Fatta la prenotazione, occorrerà attendere conferma da parte mia.

PAGLIETA, VIALE GRAMSCI 81
DOMENICA 18 LUGLIO ORE 18,30


 “GALILEO ED ALTRE STORIE
 
(OBBLIGO MASCHERINA)


Ed ora la seconda cosa, “lo splendore dell'esistenza”. Un semplice mio ricordo.
Ecco:


Quando facemmo la prima volta “Il Paese dei Racconti” era marzo. Roba da pazzi (gli eventi si svolgevano nella gran parte all’aperto, di sera) ma ci andò bene. Quell’anno fu un marzo mite.
Vogliamo chiamarlo un “festival teatrale”? Chiamiamolo. Ma “Il Paese dei Racconti” era un’altra cosa e il nome non c’è ancora.
Si trattava di diversi giorni, di eventi singolari. Anche di “teatro”, certo. E tutto nel quartiere vecchio, che allora come oggi era una sorta di propaggine a sé stante del paese. C’erano molti vecchi e già case vuote. A parte i residenti, non ci andava quasi più nessuno.
Noi avremmo occupato spazi pubblici, ore di sonno altrui (i vecchi andavano a letto presto), silenzi e molto altro che è difficile elencare compiutamente.
Saremmo entrati in spazi che non erano nostri. Saremmo entrati nella vita di persone. E con cose ed in un modo che non era per nulla scontato le interessassero.
Si può davvero “spiegare” il teatro? No. Si spiega solo lo stereotipo e quello non c’è bisogno di spiegarlo. Tuttavia pensavo, pensavamo, pensiamo, che non si poteva entrare e basta.
Allora andammo, prima che “Il Paese dei Racconti” iniziasse, casa per casa. Consegnammo l’intero programma, sorridemmo, chiedemmo davvero permesso. Cercammo di spiegare che nel quartiere dimenticato stavamo per portare azioni, eventi, persone, cose singolari in ore e luoghi insoliti. Soprattutto andammo da loro. Corpi, persone. Questo, credo, sorprese ed impressionò chi ci riceveva: eravamo andati, innanzitutto, a casa loro! Uno per uno, proprio da lui, proprio da lei! Qualcuno li aveva pensati, si sentivano riconosciuti, esistevano. Era  l’inizio di quello che sarebbe stato un lungo andare.
Questo mi manca, oggi, questa reciproca com–mozione. Teatro. Quando si registra un salto di energia umana “nelle” e “tra” le persone. Un tremito dei cuori. Una “straordinaria” comunicazione. Teatro, questa è l'anima.

Indispensabilità dell'altro.
Oggi – ed in un ambito ben più generale del teatro - è tutta un’altra storia. Altro che "altro"...
Lascio perdere. Ma all’improvviso, e magari non c’entra, mi torna in mente Franco Scaldati, un grande uomo di teatro poeticissimo, largamente ignorato, il quale diceva:
“Che devo scrivere? E che c’è da scrivere? Ho scritto delle cose e le leggo, chi vuole sapere venga ad ascoltare. Squadre di assassini braccano i poeti, prima venivano isolati e abbandonati dalle persone amate, vengono uccisi, i poeti non capiscono niente, sono sempre in un altro mondo, “Signore lei è un abusivo sa!” - mi hanno sparato, vabbè da morto è un’altra vita!”

Andammo, dunque. Casa per casa. Ed a quello che poi facemmo diedero anima molte persone: giovani, contadini, contadine, anziani…  Ciascuno (e ciascuna) con il proprio sapere, lingua, verità. Ciascuno se stesso e basta.
Tentammo, procedendo a tentoni, maldestramente, insufficientemente, inventando, lottando contro modelli falsi dalla validità supposta scontata. Come sapemmo, come potemmo. E con un’altra pratica perché, in tutto, il teatro o è pratico o non è.
Chissà perché mi vengono alla mente, di nuovo, parole di Franco Scaldati:


“La bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. E’ qui il seme che si crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza”.

Sandro Cianci

(Queste ultime parole di Scaldati sono tratte dal film di Franco Maresco a lui dedicato; quelle citate più sopra sono riportate da Melino Imparato, attore ed attuale responsabile della compagnia Franco Scaldati, nel libro: “IL TEATRO E’ UN GIARDINO INCANTATO DOVE NON SI MUORE MAI. Intorno alla drammaturgia di Franco Scaldati”, a cura di Valentina Valentini, Titivillus, Corazzano – Pisa -, 2019, pag. 190).