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LETTERA

Care Amiche, Cari Amici,

Questa per me è una lettera molto difficile. Ci provo.

Quando, sei anni fa, fui colto da un improvviso malore, fui ricoverato d’urgenza in rianimazione. Dopo alcuni giorni ripresi coscienza: non ricordavo nulla di quanto mi era accaduto e, gradualmente informato, impiegai del tempo a rendermene discretamente conto.

A mano a mano appresi anche che l’accaduto aveva provocato nei miei concittadini tutti, nonché nelle amiche e negli amici residenti altrove, un’emozione della cui vastità faticai alquanto ad assumere piena consapevolezza. Era il segno di un affetto e di una stima che ancora mi commuovono profondamente e dei quali non smetterò di essere grato a tutti  gli abitanti della mia cittadina, Paglieta, ed a quanti e quante vivono altrove.

Ma intanto,ormai, la mia vita doveva cambiare. Anche questo impiegai anni a capirlo ed ancora, soprattutto, fatico ad accettarlo. A confermarlo è stato un intervento chirurgico, resosi successivamente necessario, la cui “eredità” si è fatalmente sommata a quella del precedente malore.
Oggi, quando mi si chiede “Come stai?”, per me è molto difficile spiegare. Anche avendo una giornata a disposizione. Né ci provo adesso. Dico solo che un intero mio equilibrio si è rotto e ancora oggi non ne sono venuto a capo. Questo, aggiunto ad altri fattori soggettivi ed oggettivi, mi impediscono di fare cose apparentemente semplici o che, quanto meno, per me lo erano diventate. Soprattutto sul piano delle relazioni.

In questa frantumazione, uno dei “pilastri” che mi mancano – e che, pur con mille errori, limiti ed insufficienze, ho sempre salvaguardato – è l’agire pubblico. Una vita. Mi rendo conto ora di quanto mi fosse fondamentale.
Per esempio: non mi manca tanto il teatro in quanto tale (o forse sì, ma si può sopravvivere) quanto le relazioni umane che esso produce ed arricchisce qualitativamente. Del resto, da lunghissimo tempo penso che il teatro è essenzialmente l’accendersi di una relazionalità straordinaria. Tolto ciò, nulla che valga la pena.

Ma restringo necessariamente e dolorosamente il discorso a ciò che per me è ora più urgente tentare di chiarire.
La cinquantennale attività teatrale, e forse non solo essa, ha fatto di me un punto di riferimento, in sensi diversi, per tante persone. Molto, molto al di là delle mie capacità e di ogni eventuale mio pur piccolo merito.
Per via di tutto questo, è accaduto e accade che più persone, non di rado contemporaneamente, si rivolgono a me con richieste di aiuto, per lo più sul piano umano-psicologico-culturale, o anche per altre ragioni. Non mi dispiace, anzi ho sempre condiviso e sono ben lontano dall’invocare per me la solitudine. Ma le mie complessive condizioni di salute, ossia quelle che mi è molto difficile spiegare, oggi come oggi, ed ignoro fino a quando, non mi consentono di svolgere i ruoli che mi vengono richiesti (fermo restando che non ne sarei comunque all’altezza) e mi impongono persino di limitare molto lo spazio per grandi amicizie che datano dall’infanzia. Si aggiunga infine, ma non certo come ultima concausa, il logoramento dei precedenti 50 anni (e neppure questa è una cosa che si spiega o si racconta).
Infine, in poche parole: non ce la faccio.
Sono dunque costretto a negarmi.

Purtroppo uno dei miei mille difetti è che non so parlare con franca semplicità. Così accade che vi sono persone (non sempre) che, anche per l’assenza di un’adeguata spiegazione, fanno fatica a comprendere il mio diniego o meritoriamente vi riescono ma a non piccolo costo. Lo capisco, lo capisco davvero, umanamente. E sono ben lontano dal muovere rimproveri, ci mancherebbe. Semmai vedo le mie responsabilità. Ma la conseguenza  dolorosissima è stata o è, talvolta (talvolta), che in conseguenza di ciò il rapporto, senza che nessuno lo voglia, ne soffra. Mi addolora profondamente.
Così come mi addolora molto essere – per diverse ragioni, soggettive ed oggettive, che concorrono -  pressoché del tutto assente anche dalla semplice vita quotidiana della mia cittadina. E’ l’ultima cosa che vorrei e prego i miei concittadini di credermi.

Chiedo a tutte ed a tutti di accettare le mie scuse.

Spero di essere riuscito, almeno un po’, a spiegare ciò che mi sta molto a cuore dire. Anche perché non credo che avrò ancora, in nessun modo ed in nessuna forma, la forza di parlarne, né in pubblico né in privato. Mi è costato tanto farlo adesso, ho abusato della disponibilità di tutti i lettori e le lettrici rispetto anche a questioni che appartengono al mio privato, e vorrei chiudere qui questo capitolo per me faticosissimo. Così, una volta per tutte, in teoria e nella pratica, finalmente.

Spero anche che, benché questo blog abbia pochissimi lettori, le mie parole riescano a raggiungere, non so in che modo, tante e tanti.

Grazie, grazie di cuore, per sempre.

Vi abbraccio con affetto.

Sandro Cianci