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TERRE DI SILENZI: C. G.

Per me la memoria è stata sempre una questione del presente. E’ viva quando mi inquieta con domande irrisolte che deflagrano nell’oggi e mi dicono chi sono.
Si sa quanto è importante quella dell’infanzia. La mia è piena di immagini e figure di poveri che avevo ogni giorno davanti agli occhi. Mi hanno accompagnato tutta la vita e da sempre sono l’unica ragione del mio briciolo di  forza.

Quante immagini lancinanti, dolorose e tuttora senza giustizia; ma anche quanta pulizia, quante povere, piccole abitazioni; poveri letti con lenzuola dalle piegature accurate, nitore, gesti elementari quotidiani pieni di rispetto per la vita (esisteva ancora il sacro). Verità povere e senza “letteratura” delle quali solo figure come C. G. possedevano il segreto.
Di seguito la rievoco, e nient’ affatto per nostalgia del bel (???) tempo che fu.


Una grossa chiave, nera, di ferro. La portava tutto il giorno appesa alla cinta della veste, come fosse quella del Tempo; quasi fosse, lei, custode della grande babele della memoria : sogni, amori, morsi della vita…

No, non doveva avere tempo per questo se penso a come doveva conquistarsi ad ogni istante la sopravvivenza. In più: dove sarebbe stato il suo posto nella memoria? Dei maschi infatti si diceva: “Ha fatto il ‘15-’18”, “Ha fatto la guerra d’Africa…”, ma delle donne? Provate a dire: “Ha ammassato il pane, steso al sole le lenzuola”…
Delle donne, semplicemente, non si diceva nulla. Eppure erano le uniche a conoscere l’odore di bucato delle lenzuola che penetrava nei polmoni come un respiro profondo, o l’enorme lucore di quel bianco che dipanava nello sguardo una smisurata vastità come di cielo.

Di queste ingiustizie lei non avrebbe mai parlato, né in dialetto né nel suo latino della Messa (“Ammènne”, “Et co spirito tuo”, “Abemus a didò”…). Lei che non contava nulla già da allora, quando tutto era ancora di là da venire. Lei come tutti i dimenticati in silenzi impenetrabili, quelli veri della viltà e dell’ipocrisia.
Vissuta secoli fa, ieri, oggi, proprietaria solo di quella chiave.

Scusate.

Abitava in un vecchio fabbricato abbandonato, una celletta più che una stanza: tre metri per quattro, con tanto di finestrella della guardiola sulla porta, quasi che da un momento all’altro potesse fuggire ed andare chissà dove…
Un letto, una sedia, niente altro. Seduta su quella sedia, i piedi negli scarponi, incrociati come per uno scongiuro, teneva con la mano sinistra il piatto e con l’altra la forchetta. Mangiava, affamata come un povero animale, eppure lenta: che nulla, neanche una briciola di sapore andasse perduto.

D’estate no, mangiava lì fuori, accoccolata sul gradino più basso. Che facesse sereno o nuvolo. Il suo povero piatto di pasta in mano, inscritta nel silenzio come in un cerchio di luna fredda che se appare tre sere di seguito porta lu malitembe, diceva.
Era su questo che volevo portare la vostra attenzione: tutto quel silenzio. E lei al centro, in compagnia di sé stessa. In mezzo ad un vuoto. Quale vuoto? Nemmeno sappiamo se esiste.
Era altro. Un’assenza, il niente segreto che fa le cose. L’anima del mondo.
Lei ne era circondata, e senza quel piatto di pasta (quando l’aveva), la sedia, il letto, la chiave, gli scarponi e la veste leggera – l’unica, anche d’inverno – non avrebbe avuto che questo.
E la neve, certo, il vento, il freddo, la fame e le ore accanto al sole come una memoria del corpo inenarrabile.

Non so perché vi racconto queste cose, finite chissà dove.
Ma poi: ciò che è vecchio, ciò che è nuovo, ciò che è finito: che ne sappiamo? Prendete la guerra: un’eterna replica imbecille.
Voglio dire: è dalla fine dell’assenza che le cose non esistono più e le parole hanno smesso di significare.
O, se preferite, dalla fine della mancanza.


Non so altro. E quanto a C. G., ve lo giuro, vi ho raccontato tutto quello che ricordo. Anzi ho omesso quello che fa più male.
E fa più rabbia.


Sandro