“E mo’ tutto è fernuto, tutto cantato è stato”, recita una bella quanto malinconica canzone.

“Tutto cantato è stato”. Da quando?

Da tempo, da ieri, da oggi, da quando una fune si è rotta nel cuore dell’uomo. Una di quelle che se si spezzano crolla l’universo.

Per esempio, quando non proviamo più nulla di fronte ad un bambino indifeso, lasciato solo a reggere il peso immane del mondo, quello assurdo del male. Quale sproporzione! La fragilità assoluta, spaventosamente isolata del bambino ed il peso dirompente del male.

Possono, centinaia, migliaia di bambini africani, rimanere privi del loro papà morto in Mediterraneo nel vano tentativo di raggiungere le nostre sponde e nel contempo restare privi persino del riconoscimento giuridico della loro condizione di orfani per via di difficili percorsi burocratici? Possono. Accade non di rado. E se il crollo di un bambino è intollerabile, non essere più capaci neanche di immaginarlo è inammissibile. Questo, per esempio, è la corda spezzata.

Per sempre? No. Bisogna capire perché si spezza. Nessuna può essere tesa all’infinito. Lo hanno ricordato con grande acume i lavoratori e le lavoratrici della Ri-Maflow, di Trezzano sul Naviglio (Milano), nello slogan che a fine novembre ha guidato la loro lotta vittoriosa per impedire lo sfratto della fabbrica.

Hanno vinto coinvolgendo sapientemente Istituzioni, Associazioni, singoli Cittadini, ecc. Nessuno presente in rappresentanza della propria “squadra” ma tutti per salvare un “bene comune”. E lo slogan era: “Le nostre vite valgono più dei loro profitti”. E’ tutta in queste parole, ormai, ogni nostra partita. Per nulla semplice, ma ogni giorno più chiara. Perché si capisce davvero (con il cuore) solo ciò che si è in qualche modo vissuto. E nello slogan di Trezzano ci stiamo tutti.

Buon Natale, care Amiche, cari Amici, gentili Lettrici e Lettori.

Restiamo umani.

                                              Sandro Cianci e l’intero Piccolo Teatro del Me-ti