Non si può essere cattolici e comunisti insieme, no, non si può. L’omelia del parroco, la stessa ogni domenica, era tanto più acre quanto più anonima, indiretta, mentre l’ imputato era lì, noto a tutti, inchiodato al banco, puntuale, ostinato. Lo “scandalo” durava.

Dopo qualche tempo mi allontanai dalla Chiesa portando con me solo il Vangelo. Ancora oggi trovo straordinaria – che si sia credenti o no – la storia di un Dio che si fa uomo, che svolge la sua missione ma fallisce, che si lascia ammazzare come il peggiore dei delinquenti, che vive sulla propria pelle l’esperienza del dolore fisico, che per un attimo sbanda paurosamente di fronte alla morte, che paga fino all’ultimo centesimo il pedaggio al male assurdo. Ma soprattutto esulto ancora e sempre per le Beatitudini. Vincono solo i perdenti. Beati gli ultimi perché saranno primi. Ho le lacrime agli occhi. Mi dispiace solo rivelarlo in un’epoca di disinvolta pornografia dell’anima. Ma delle lacrime non mi vergogno.

Addio Lugano bella o dolce terra mia…”. Il canto degli anarchici. Lo intonavamo in certe sere miti, di fine primavera, con l’aria pregna già di estate e gli anni giovanili sapidi di avvenire. Andavamo a piedi fino alla “Ripa”, fuori paese: “…che siamo incatenati al par dei malfattori / eppur la nostra idea è solo idea d’amor…” . “Malfattori”? Era questo che non capivo. Perché? Ho sempre un attimo di stupore, ma un istante dopo lo so benissimo.

Ritratto in piedi”. Lo straordinario profilo postumo che Gianna Manzini fece del papà anarchico. Il suo “babbo”, la Pistoia d’inizio Novecento. Divoravo il libro: “Quanta gente pensa soltanto a comprare, e a tener per sé. (…) Una vera maledizione”. E più avanti: “La proprietà impedisce di saper morire. A furia di comprare, e capitalizzare, s’illudono di sviare la morte, o d’ingannarla”.

I borghesi chiudevano le finestre.

Trenta, quaranta anarchici – tutti quelli della città – passavano lì sotto, fieri, alzando un canto di martirio e lode alle “verità sociali”: “…gli anarchici van via e partono cantando con la speranza in cuor”.

Tremavano per la proprietà, questa cosa che con un niente rende gretti ed aggressivi. Tremavano ma morivano d’invidia. Per quel canto, per quella gagliardia di cuori che alzava il cielo, per quell’energia di vita che saliva alle finestre trapassandole d’umano.

Cantavamo anche noi, dunque, molti decenni dopo. La stessa canzone. Credevamo di udire alle spalle la forza della Storia, il grido di coloro che da secoli attendevano giustizia, il passo lontanissimo dei vinti. Il canto, favorito dalla notte, ci arrischiava oltre ogni limite. Oltrepassammo senza saperlo l’umana misura dei nostri passi. Ce ne accorgemmo dopo. Perdemmo. Ma non sapevamo un altro modo di essere giovani.

Poi la Storia ha fatto strame di certezze e presunzioni, errori e liturgie erette al “Sol dell’avvenire”. La Storia e l’avversario, lo stesso che oggi ha in mano dominio ed egemonia del mondo.

I nostri errori. Il Novecento li chiuse consegnando noi stessi e ciò che andava salvato a mille specchi di silenzio. Sopravvive un mondo che si fa viepiù complesso, disperato e saturo di fiele. E forse proprio per questo, oltre lo sprofondo di povertà e pene, odi e paure, avrebbe voglia di udire un canto nuovo di giustizia, alzato a fronte alta, come facevano quei “cavalieri erranti” ai primi del ‘900. Ma un canto così, saggio del suo passato, forte di relazioni vere, illuminato della profonda universalità degli ultimi, non nascerà per caso e figlio di nessuno, né vedrà l’alba al termine di una sola notte.

In compenso, non ha più alternative.

                                                             Sandro Cianci

(Da: Sandro Cianci, “Fotografie del niente, appunti per un’autobiografia minima”, inedito).