A Parigi andai per cambiare aria. Aria della mente. Speravo che quella di fuori m’insorgesse dentro come un mattino fresco irrompe nella stanza.

Parigi era facile. Conoscevo passabilmente la lingua e ci lavorava uno dei miei fratelli. Andai a casa sua. Avevo 30 anni, inverno, il Sessantotto era finito ma non lo volevo sapere.

A Parigi vidi l’Africa che moriva di freddo. In certe stradine, battendo i piedi. I neri facevano la fila davanti ad una porta come per acquistare un panino o un biglietto d’ingresso: erano case d’appuntamento.

Un giorno mi ritrovai in una stanza sotto il tetto, una specie di mansarda poverissima. Ci viveva la ragazza di un mio amico, francese, alta, bionda e forse gli occhi verdi. Non v’erano che due sgabelli, il mio amico rimase in piedi. Eravamo seduti l’uno di fronte all’altra, lei con le certezze scolpite nel marmo di una setta religiosa, io con le corazze ideologiche del Sessantotto sgrossate a mano da un Partito Comunista che insegnava realismo. La fede e la storia. In realtà né l’una né l’altra. La fede senza il dubbio non so che sia, la storia vomita nel vento le armature. Ma l’ho capito dopo.

Ci eravamo già incontrati altre volte, ora eravamo alla sfida decisiva. Si accapigliava, la nostra gioventù, su come cambiare il mondo. Se dentro l’uomo o nelle piazze era il contenzioso con la ragazza. Andammo avanti per ore. Lei interloquiva con calma e cortesia, ma era un fiume cementificato. A pensarci ora mi viene il nervoso. Allora, come poi per sempre, m’infervoravo.

Il mio amico non partecipava, gironzolava per la stanza come cercando un’occupazione per le mani. Gli mancava il solido ma ci rispettava.

Ricordo che indossavo un bel maglione bianco, di lana. Mi piaceva. All’improvviso – non so che ora fosse né che cielo avesse la città – lei mi chiese:

-Perché non hai dato il tuo maglione ai poveri per strada?

Un pugno da torcermi la faccia. Dov’ero, io, il difensore degli oppressi, degli ultimi, dei vinti della storia? Kappaò, finito, avevo perso. Ammàzzate oh.

Più tardi pensai che avrei dovuto alzarmi, sfilarmi il maglione e lasciarglielo tra le mani perché lo desse ai poveri. Non lo avevo fatto. Il colpo mi parve di sagrestia e fraudolento, discutibile, ma era ben assestato e mi bruciava.

Mi bruciò a lungo. “Je ne regrette rien”, - non rimpiango nulla-, aveva cantato Edith Piaf in quella città. Nemmeno io. Il mio cammino resta quello. Ma con una consapevolezza in più: quanto più largo è il “noi”, l’umano, verso il quale si alza lo sguardo, tanto più bisogna tendere parola e mano al singolo che s’incontra sulla strada. Per altro verso, ciascun “io” supera ogni grettezza solo nell’apertura ad un “noi” largo, all’umana solidarietà che già viene dalla condivisione di un’unica condizione esistenziale.

Nella vita, forse, solo ciò che brucia accende nuove albe sulla strada.

                                                                                         Sandro Cianci

( Da: Sandro Cianci, “FOTOGRAFIE DEL NIENTE. Piccoli appunti per un’autobiografia minima”, inedito)