Che cos’è, dunque, quel “pensiero meridiano” del quale scrivevo la settimana scorsa come una risorsa alla quale a mio avviso dovremo fare ricorso, quando verrà il momento, per ri-costruire un mondo di tutte e di tutti?

Ben prima di essere – se lo è – un “pensiero”, è un sentimento della vita basato sulla bellezza e sulla giustizia. Mai l’una senza l’altra. In un passato più lontano o recentissimo altri, meglio di me, ne hanno parlato. Per esempio un grande scrittore: Albert Camus. Vi propongo qui sotto un suo breve brano che rimanda ad un Mediterraneo profondo (1), lo stesso che ha riempito di luce le nostre benché povere infanzie.

Ad un’ottantina di chilometri da Algeri c’è Tipasa, un antico insediamento romano le cui rovine, come accade sovente per gli insediamenti greci, giungono fino al mare. Camus vi era stato da giovane, in questa pagina vi ritorna dopo le macerie lasciate in tutta Europa dai fascismi, dai deliri di onnipotenza di uomini soli al comando, dalla follia di intere masse che ne erano state sedotte, dalla tragedia di una guerra mondiale che di tutto questo era stata la largamente prevedibile conclusione:

“A Tipasa riscoprivo che bisogna conservare in sé intatte una freschezza, una sorgente di gioia, amare la luce che si sottrae all’ingiustizia, e con questa luce conquistata tornare a lottare. Ritrovavo qui l’antica bellezza, un cielo giovane, e misuravo la mia fortuna, capendo finalmente che negli anni peggiori della nostra follia il ricordo di quel cielo non mi aveva mai abbandonato. E da ultimo era stato quello che mi aveva impedito di disperare. Avevo sempre saputo che le rovine di Tipasa erano più giovani dei nostri cantieri e delle nostre macerie. Là il mondo ogni giorno ricominciava in una luce sempre nuova. O luce! È il grido di tutti i personaggi che nel dramma antico vengono posti di fronte al proprio destino. Quest’ultimo scampo era anche il nostro e adesso lo sapevo. Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate”.

(Da: Albert Camus, “L’estate e altri saggi solari”,Tascabili Bompiani, 2003, pp. 98-99)

Nota (1): Non è senza un sentimento di grande vergogna che uso l’espressione “Mediterraneo profondo”, sapendo che proprio in questi giorni questo nostro mare è costretto ad essere profondo in un altro senso: vi stanno perdendo la vita centinaia di uomini, donne, bambini in fuga dalla fame e/o dalle guerre, mentre i pochi superstiti sono restituiti a testa bassa, come perdenti, nei “centri di accoglienza” (??) libici.

                                                       Sandro Cianci