Come fosse arrivato fin lì, non basterebbe un romanzo per raccontarlo. Allora limitiamoci al finale.

Anzi no, facciamo un piccolo passo indietro. Il passo indietro è Patrasso, Grecia, dove Khaled - un ragazzo afghano di 12-13 anni - era giunto scappando, solo, dalla fame e dalla guerra.

Mezza Asia per giungere in terra ellenica, su camion di gente senza scrupoli, venduto come schiavo, manovale in cantieri di clandestini, preso, rimandato indietro, fuggito di nuovo. A Patrasso, infine, si era imbarcato su di una nave, nascosto dentro un camion.

Fine del passo indietro.

Khaled ora si trova - aggrappato Dio solo sa come - sotto la pancia dello stesso automezzo che appena sbarcato in Italia fila veloce lungo la strada in attesa di giungere al posto di controllo della polizia. Giusto qualche decina di centimetri sotto la sua testa: l’asfalto. Reggiti, reggiti forte ragazzo, non pensarci. Recita a memoria le poesie che hai scritto sul tuo taccuino. Le tue poesie. Non pensare all’asfalto, al vento, al rumore del camion che ti spacca le tempie. Ripetile, ripetile le poesie. Ripetile a mente una per una. Perché non mi credi? Le parole, a volte, danno forza persino alle braccia, ai piedi, alle gambe, come no! Quei versi, per esempio, dove dici che l’universo è un unico cuore e che anche un minuscolo movimento della sua parte più piccola si dilata come un’onda e tocca e muove e cambia il tutto. Non avverte la pianta e non riconosce forse già da prima le intenzioni dell’uomo che si avvicina con un coltello, un’ascia o a mani nude per spezzarla o per farle una carezza? Tutto sente tutto, hai scritto. Ed una sola parola, buona o cattiva, rende migliore o peggiore il mondo e lo tocca e lo muta anche nelle sue parti più lontane, anche quando la dici solo a fior di labbra o la preghi o la maledici con il cuore.

Oppure, ascolta, ripeti quella frase che ti ha insegnato Petros, il tuo amico greco che conosce la lingua italiana e che anzi dice che Greci ed Italiani si somigliano tanto che forse sono un popolo solo. Forza, non pensare all’asfalto, lì, poco più in basso della tua testa, prova a dirla, quella frase, nella lingua del Paese che per la prima volta percorri, appeso alla pancia di un camion: “Italiani brava gente”. Sì, certo, era questa la frase….

Era. Perché Khaled non ce l’ha fatta. Le sue braccia hanno ceduto. Ora il corpo ha raggiunto l’asfalto. Che è duro o si spacca o si fa molle solo per catturare ciò che vi si poggia. Delle sue poesie non si è accorto nessuno, il taccuino è rotolato in un fosso. Piuttosto gli hanno trovato in tasca un foglio con sopra le parole di un prete - un certo “don Milani”, mi pare - scritte in lingua italiana.

Che gliele avesse regalate Petros? Non lo so, Amiche ed Amici lettori. So solo che questa storia, nella sostanza, è vera. So solo che è accaduta davvero ad un ragazzo migrante che aveva davvero l’età di Khaled, che scriveva davvero belle poesie e che davvero è morto così. Così. Nei pressi di Venezia, Italia, appena qualche anno fa.

Ah, dimenticavo le parole di don Milani. Immagino fossero queste:

 

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io vi dico che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri sono i miei stranieri”.

 

                                                             Sandro Cianci