Quanto a persone, ve n’erano di ogni tipo. Ma, quando tutto fu terminato, la reazione che più mi colpì fu quella degli studenti.

Eravamo a Bologna, sul finire degli anni Novanta. La città era già cambiata. Periferie diventate un “altro” mondo, indebolimento del solidarismo, effetti nefasti del consumismo sull’antico, tradizionale tessuto sociale e culturale, ecc. Avevamo appena terminato di rappresentare “Marniché”. Gli studenti del DAMS si avvicinarono ad Augusta, la sola interprete dello spettacolo, e le dissero, imprevedibilmente, di essere stati profondamente toccati perché si erano imbattuti in una “cosa vera”.

Mi colpì l’aggettivo. “Vera”. Credo volessero dire che non avevano trovato alcuno scarto tra la rappresentazione e la vita. La vita, intendo dire, nei suoi momenti autentici, quando è profondamente unitaria.

A parte il testo, credo che molto ci entrassero Augusta ed il suo modo di essere in scena. C’entravano molto la persona, l’autenticità del suo cammino, la forza e la profondità delle sue motivazioni umane ed ideali, il livello della sua consapevolezza “politica”, il senso vero che muove il suo fare teatro e, senza differenze, la vita, la sensibilità, il temperamento, il rapporto della persona, delle sue viscere, con ciò che raccontava, i desideri inconsci e chissà quanto altro.

Un lunedì di giugno ho visto in TV un film documentario su don Ciotti. Mi sono imbattuto in una persona “vera”, qualunque cosa faccia: che scriva, parli a viso aperto nei paesi della mafia o guardi le montagne rimaste sole.

Giorni fa raccontavo al mio nipotino la cattura del brigante che agiva nel mio paese, nell’Italia postunitaria. Gli ho detto anche dello scempio che il “popolo”, abilmente istigato, fece del cadavere. Il bambino - che come tutti i bambini di oggi appartiene inevitabilmente ad una nuova… “era geologica” - mi ascoltava tuttavia con profonda attenzione. Ero toccato, commosso, vibravo. Attraverso un semplice, profondissimo contatto umano, un lontano momento della storia degli Ultimi, che è nell’inconscia memoria ancestrale del mio nipotino come in quella di tutti i figli del Sud, stava superando voragini temporali inimmaginabili, detriti lasciati da ponti della memoria nel frattempo scientificamente polverizzati, interi deserti di un oblio che credevo irrimediabile. Era un’epifania umana “vera” colta nel suo momento esatto.

In un passaggio difficile come quello che viviamo, ci sono persone perplesse, preoccupate per il presente e per il futuro. Molte si sentono insicure, attendono risposte, cercano una qualche speranza. Alcune si chiedono: “Cosa potrei fare, io?”

Personalmente non ho una ricetta. Del resto oggi chi ne ha davvero? La realtà è complessa, molto complessa, e richiede a ciascuno/a innanzitutto profondità. La parola e l’atto vengono subito dopo. Non servono le “semplificazioni”.

A me torna in mente di nuovo don Ciotti, che ripete: “Cerchiamo l’essenziale”. E l’essenziale per noi umani è certamente il pane ma, insieme, il cuore. Sulla volontà di tenere unite o separate le due cose è in corso oggi una battaglia decisiva. In ballo ci sono, da un lato, la nostra pietrificazione interiore, dall’altro la costruzione di un futuro finalmente privo dell’immancabile corredo di vittime che è solito accompagnare le svolte della Storia. Pur in un contesto di vita molto difficile, a ciascuno/a di noi la scelta.

                                                                                         Sandro Cianci