Un treno, carico di passeggeri, avanza a folle velocità. Il meccanismo che lo muove sa fare solo una cosa: accelerare ulteriormente. In più, alla guida del treno non c’è nessuno… Prima o poi il convoglio si scontrerà con un ostacolo insormontabile – poniamo una montagna - ed allora sarà la fine…

 

Ad usare queste inquietanti immagini è un noto, “irregolare” giornalista, Massimo Fini. Fuor di metafora, nel suo discorso il treno è il sistema economico che ormai domina il mondo - ossia il capitalismo nelle forme attuali - sfuggito di mano ai suoi stessi ideatori che tuttavia, incuranti del futuro, continuano a lucrarne tutti i vantaggi possibili. I passeggeri siamo noi, vecchi e bambini compresi, smarriti, senza più punti di riferimento, in preda a paure, rabbie e rancori.

Se questa metafora indica lo stato reale del mondo, e non pochi dati lo confermano, occorre che qualcuno provi a fermare quel treno. Bel problema.

Abbandonando la metafora e limitando il discorso all’Italia, io credo che avremmo bisogno, fra le prime cose, di una vera classe dirigente. Quella, cioè, che educa i cittadini, ne forma la coscienza morale e civile, delinea un intero, avanzato orizzonte ideale e sociale, propone una visione complessiva del Paese di domani verso la quale intende guidare e tentare di unificare gli sforzi della collettività nazionale. In questo senso, nella nostra storia unitaria, un’autentica classe dirigente non l’abbiamo mai avuta, salvo qualche pur importante frangente storico e fatta eccezione per singoli uomini o donne – politici, imprenditori o intellettuali che siano stati. Né credo che una vera classe dirigente esista oggi in Italia. E’ il mio modesto parere, ne ho scritto non molto tempo fa e chiedo scusa se mi ripeto.

Se dunque tutto questo manca, e francamente temo che continuerà a mancare, allora penso, per esempio, ai giovani. Penso a giovani cresciuti, pur nella loro dura condizione di precari, lottando e condividendo solidariamente le difficoltà con i fratelli migranti, con i nuovi poveri , con vecchi e nuovi disoccupati, con le donne discriminate, con operai e lavoratori di tutte le ormai infinite categorie, spesso privati nei luoghi di lavoro anche dei più elementari diritti, con quanti combattono disperatamente per difendere l’ambiente, e dunque la salute di tutti, dalle molte, lucrose forme di saccheggio…; penso a giovani che abbiano sudato o sudino le proverbiali sette camicie per studiare la Storia, in particolare quella degli ultimi secoli e segnatamente quella del ‘900, secolo così ricco di grandi visioni ideali così come di grandi tragedie e di domande decisive, alcune delle quali attendono ancora una risposta; penso a giovani che abbiano letto o leggano quanto di valido resta di poeti, filosofi, grandi studiosi del passato interpreti di importanti tradizioni filosofiche, politiche, culturali – cattolica, comunista, liberale, repubblicana…- (cito un nome per tutti, a mio rischio e pericolo: Gramsci, molto studiato all’estero ma pressoché scomparso dalla riflessione politica in Italia); penso a giovani che abbiano letto o leggano i nostri grandi meridionalisti, nel momento in cui il Sud, sebbene in un contesto molto diverso dal passato, versa in condizioni drammatiche, come sperimentano sulla loro vita, per primi ed in particolare, le donne ed i giovani meridionali; penso a giovani che abbiano letto o leggano i notevoli contributi di analisi offerti da studiosi di questa nostra società così radicalmente mutata rispetto persino al più recente passato (anche qui un nome fra tanti: Luciano Gallino, che ha reso comprensibili per tutti i meccanismi dei poteri veri, per esempio quello del capitalismo finanziario, che muovono l’intero treno e davvero decidono, a monte ed a valle, la vita di tutti; allo stesso modo si potrebbero citare altri autori che aiutano a rileggere in maniera critica il ruolo della “tecnica”, diventata oggi mito, valore assoluto, padrona dell’essere umano); parlo di giovani che, maturati sulla base di queste esperienze formative, sappiano aiutare i passeggeri a vedere tutto il treno e siano disposti ad assumere in prima persona responsabilità politiche al servizio dell’intera collettività sofferente, incarnando, per questo loro autentico percorso di formazione, il primo indispensabile nucleo di una classe dirigente vera e già per questo davvero nuova.

Mi rendo conto che queste mie riflessioni hanno assunto il tono di un appello ai giovani. Non ho alcun titolo per farlo e non sono nessuno per dare suggerimenti ad altri. Tuttavia, se per un attimo mi si concedesse generosamente quanto immeritatamente questo diritto, direi che sì, queste considerazioni possono essere lette anche come un franco appello ai giovani. Vi sono momenti nei quali occorre assumersi responsabilità del tutto impensabili anche fino al giorno prima.

Quanto agli errori pregressi, alle responsabilità, agli eventuali compiti, pur in un mondo così mutato, della mia generazione, bisognerebbe certamente parlarne, ma in questa sede credo di avere già abusato fin troppo della cortesia di chi ha avuto la pazienza di leggermi. Certamente e volentieri non mancherò di dare il mio contributo, per quel poco che posso, in un’ eventuale nuova occasione.

Nel frattempo spero, come credo che tutti dobbiamo cercare di fare, che il treno non sia già arrivato troppo vicino alla montagna, decennio più decennio meno.

                                                                              

                                                                                             Sandro Cianci