Ha chiuso la porta di casa dietro di sé alle sei meno un quarto del mattino. Tre quarti d’ora. Metà a piedi metà in autobus. Alle sette meno un quarto inizierà a pulire le camere in ospedale.

Questa mattina nevica! Strano, in questa stagione…

Strano anche per una cittadina di montagna come la sua. Che se ne sta, la cittadina, coricata su di un colle neanche troppo aspro. Distesa, tranquilla, la calma che scende dalle montagne.

L’ospedale è giù, al piano, ed anche lei che ha chiuso la porta alle sei meno un quarto del mattino abita fuori mano. Suo marito fa il turno di notte, in fabbrica, rientrerà tra poco. E tra poco lei comincerà a pulire partendo dall’ultima stanza in fondo al corridoio del reparto. Lei così minuta, magra, bruna, con il suo piumino per togliere la polvere dagli armadietti, sulla punta dei piedi, perché alta non è. Ma è come se pulisse anche il pavimento, in punta di piedi, ed allo stesso modo dicesse “buongiorno” ai malati, ed in ultimo, in punta di piedi, scivolasse via. Perché qualcuno in quella camera avrà passato la notte senza dormire e solo ora, verso l’alba, avrà preso un po’ di sonno. E qualche altro nemmeno allora, così avrà bisogno di un giorno che entri dolcemente, con gentilezza, a ripagarlo della lunga notte andata via senza sciogliere le labbra.

E’ già alta, questa neve, quanto basta per affondarvi una scarpa. E molle. Naturale, siamo in aprile.

Lei comincerà a lavorare, fra poco, e suo marito a dormire. Dei due bambini il più piccolo ha la febbre. Con questo tempo, figuriamoci. E’ per loro soprattutto che bisogna lavorare. I libri, i quaderni, tutto quello che occorre. Oggi poi che ne inventano tante. Si arriva dove si può, si capisce, con quello che prende il marito in fabbrica, un operaio, tre anni di contratto, e quello che prende lei, la donna, una precaria della cooperativa, due ore di lavoro in ospedale, e poi pulire la casa di qualche vecchia signora rimasta sola, e poi preparare dolci in casa, quando serve, ai 2-3 negozi del quartiere, più che altro sotto Natale. Tutto in nero, s’intende. Ed in ultimo la casa, i bambini, il marito, con tutto quello che c’è da fare. Ma questo nessuno lo vede, nessuno lo sente, nessuno lo paga.

Ha lasciato tutto pronto, come no. La colazione per i bambini, la medicina e tutto quanto. Il più grande non andrà a scuola e penserà al più piccolo mentre il padre riposerà. Tutto quanto, come no.

Intanto la scarpa affonda in questa neve soffice e strana di aprile. E si comincia un’altra giornata, ed è ancora buio, il mondo, e bianco e senza voce. Fra poco siamo alla fermata dell’autobus, lì, dietro la curva. La curva arriva, bado a non scivolare, come no, perché la neve è molle e non regge. Poi alzo la testa e l’autobus è già lì, fermo. Non era mai accaduto. Fermo e mi spetta, me, proprio me. Ed è vuoto, e nuovo, e rosso. L’apparizione di un cuore poggiato come un miracolo sul bianco della neve nel buio della notte. Un cuore luminoso, dilagato, dentro, di luce calda come un pane appena sfornato. Ed il rosso ed il bianco. Per me, proprio per me.

La donna ripensa, chissà perché proprio in quel momento, ai nidi rimasti tra i rami ancora spogli. Come dev’essere freddo lì dentro! E lo dirà. Perché è salita sull’autobus dall’unica porta aperta, quella anteriore, ed i posti sono tutti occupati – non era vuoto dunque! – e tutti stanno aspettando e tacciono e la guardano come attendendo che dica qualcosa, qualcosa d’importante, che faccia un discorso. Lei, proprio lei, ma siete sicuri? Un discorso per loro che devono alzarsi così presto ed uscire anche all’alba dei giorni di neve, e per i bambini che fra poco andranno a scuola, e per i vecchi, e per i giovani. Un discorso. Un discorso alla nazione. Ma non è possibile! Un discorso che dica bene quello che serve per i giorni a venire. Cose buone per tutti. Un “programma”, direbbero i politici, un “programma di governo”.

Io, proprio io?, ma queste cose non le so, vorrebbe dire la donna. Ma non lo dice. O meglio, le scappa detto dagli occhi. Del resto, anche gli altri, lì dentro: nessuno ha aperto bocca. Tuttavia l’autobus, senza quel discorso, non partirà. No, per niente.

Allora la donna incomincia a parlare.

I nidi. I nidi rimasti come piccoli presepi vuoti tra i rami freddi. L’unica cosa che le viene in mente, i nidi. Lei che di solito parla così poco - figuriamoci poi davanti a così tanta gente - comincia dai nidi. Uno di quegli strani pensieri che ogni tanto le vengono in mente, che non c’entrano niente, che chissà da dove vengono e dove vanno a finire. Come le cattiverie. Ogni tanto vengono anche quelle, oh se vengono!, e dentro la testa fanno quello che vogliono, quasi fossero a casa loro, scorrazzano di qua e di là, poi se ne vanno. Senza salutare, così com’erano entrate.

I nidi. E tutti stanno a sentirla. E va avanti, la donna, non può fare altro, e dice che se vuoi fare una cosa buona ti devi ricordare dei nidi e di tutto quello che non viene considerato. Dei nidi, dei rami, dei bambini senza nessuno e dei ciclamini. Perché noi ci dimentichiamo troppe cose. Per esempio quei nidi. Eppure si vedono. E se ci sono gli uccelli appena nati chi lo sa con questo freddo. E chissà la mamma da sola. Ci devi pensare. Sennò diventano “Nessuno”.

Un programma? Non lo so che cos’è e non lo so dove sta. Ma so la strada. La so come la sanno le femmine – dice proprio così, “le femmine” – a intuito. Anzi neanche la strada so, so solo da dove si parte. So che se parti da lassù, dai nidi che nessuno si ricorda, e vuoi fare una cosa per loro, allora ci esce una cosa buona per tutti. Però la devi mantenere, la strada, non devi cambiare binario. Oppure diventa morto e buonanotte. Tutti dicono che c’è ma nessuno si ricorda.

La donna non capisce più dov’è andata a finire. Ma Gesù suo, o chissà chi, l’aiuta. Dice: io queste cose non le so dire ma so che se metti la “creatura” davanti a tutto, allora non ti sbagli. Ci devi mettere il cuore davanti, senza imbrogliare, come questo autobus rosso che attraversa la notte senza paura, fino alla luce del giorno. I nidi, i rami, i bambini ed i ciclamini. Tutti quelli che si chiamano “Nessuno”. Non lo so solo io, lo sanno tutte le femmine. E ci devi mettere pure le bestie, davanti. Gli uomini, le piante e le bestie, insieme. Quando cominci a separare si sfascia tutto e nessuno si ricorda più degli altri. Non lo so solo io, lo sanno tutte le femmine.

La donna ha finito. Non potrebbe dire nemmeno lei da dove le è uscito un discorso così. A intuito, forse. E ad intuito sa che quelle cose le teneva già dentro, come si tiene un bambino dentro al ventre.

Tace. Guarda quelli seduti davanti a lei. Donne che vanno ad assistere i mariti in ospedale, lavoratori della notte e del primo mattino, qualche vecchio che non ha casa e viaggia clandestino tutti il giorno per via del freddo. E Maria e Giovanni e Francesco e Nicoletta. Tacciono anche loro. Un istante che alla donna pare un secolo. Poi scoppia un applauso forte come due mani di lavoratori che strappano il cielo.

L’autobus parte. Nessuno si ricorda come si chiama la meta. Ma del resto, che importanza ha più.

                                                          Sandro Cianci