DIALOGO DI UN VECCHIO E DI UN BAMBINO

 

(Un vecchio ed un bambino, oggi. Inizia a parlare il vecchio)

 

-Ti racconto una storia.

-E' una storia vera?

-E' quella di mio nonno.

-Ma è lunga?

-Se ti stanchi me lo dici.

-Allora racconta.

 

(Il bambino si siede di fronte al vecchio)

-Quando aveva la tua età, mio nonno già doveva lavorare.

-E cosa faceva?

-Accompagnava il padre a comprare e vendere bestiame.

-Dove?

-Nelle fiere.

-L'anno scorso la maestra ci ha portati alla Fiera dell'Agricoltura.

-Ti è piaciuta?

-Certe macchine sì.

-All'epoca di mio nonno quasi non c'erano.

-Neanche le automobili?

-No.

-E come ci andavano alle fiere?

-A piedi. Un giorno avevano venduto molte pecore quando, per strada, si presentarono due   banditi armati: volevano tutti i soldi.

-E tuo nonno non ebbe paura?

-Il padre lo fece nascondere alle proprie spalle.

- E poi?

-Da quel giorno diventarono poveri e mio nonno dovette imparare a fare il garzone.

-Cioè?

-Aiutava un macellaio. Quando questi ne aveva bisogno lo chiamava, lo faceva lavorare e alla   fine  della giornata gli dava qualche soldo.

-E negli altri giorni?

-Niente.

-Allora è come il padre  di Gennarino. Lavora certi giorni sì e certi giorni no. E quando avora gli   danno pochi soldi.

-Come lo sai?

-L'ha sentito Gennarino un giorno che il padre stava parlando al cellulare e non si è accorto che   Gennarino stava là. Mi ha detto pure che il padre era molto arrabbiato...Tu però adesso continua.

-Un giorno all'improvviso a mio nonno arrivò una cartolina.

-Quanti anni aveva?

-Chi?

-Tuo nonno.

-Diciotto.

-E cosa c'era scritto sulla cartolina?

-Che era scoppiata la "Grande Guerra" e lui doveva andare a combattere.

-Perché la chiamavano "grande" quella guerra?

-Perché poi ci morirono milioni di persone.

-Ma quelle persone non potevano dire che la guerra non la volevano?

-Le guerre vengono decise sempre da pochi.

-E poi quelli che le decidono ci vanno a combattere?

-No. Nelle trincee, a sparare e morire, mandano innanzitutto i poveri.

-Cosa sono le trincee?

-Una trincea è un lungo e stretto fossato dove i soldati si appostano e sparano senza scoprirsi   troppo. Di fronte, ad una certa distanza, c'è la trincea nemica. Ogni tanto un generale ordina ai   suoi soldati di uscire e tentare di raggiungerla. Mentre essi avanzano allo scoperto quelli di   fronte, ben riparati, gli sparano addosso...

-Come in certi videogiochi...

-Ma quello non era un gioco, lì si moriva davvero!

-Ed i soldati non avevano paura prima di andare all'attacco?

-Gli davano un liquore forte e gli parlavano della Patria.

-Cos'è la Patria?

-E' una parola che significa molte cose prese tutte insieme: la terra, la lingua, la  storia, la   cultura  di un popolo...Però spesso è stata usata per spingere i popoli a farsi la guerra.

-E che c'entra la guerra?

-Già, me lo chiedo anch'io...

-Tuo nonno ci andò all'attacco?

-Diciassette volte. Poi fu ferito, preso dai nemici e mandato in un campo di prigionia dove spesso   i detenuti mangiavano l'erbetta che cresceva intorno alle loro baracche.

-Perché?

-Perché gli davano poco cibo. Una volta la moglie del capitano che comandava il campo   fece buttare delle bucce di patate dalla finestra. I prigionieri si precipitarono a mangiarle, allora   quella donna ordinò ad un soldato di sparare loro addosso.

-Perché?

-Ci sono azioni compiute dagli uomini che non hanno alcuna giustificazione. Sono soltanto   orrende.

-Tuo nonno uscì da quella prigione?

-Quando finì la guerra. Tutti i poveri che l'avevano combattuta e che erano sopravvissuti tornarono a casa più poveri di prima perché nel frattempo non avevano potuto lavorare. Erano molto scontenti. Allora cominciarono a scioperare. A quel punto arrivò un uomo che, quando parlava da un balcone alle folle che andavano ad ascoltarlo, teneva le mani sui fianchi, tirava fuori una grande voce e parlava in un modo che incantava.

-E quest'uomo fece stare meglio i poveri?

-No, gli parlò della Patria.

-Un'altra volta?

-Sì.

-Ma perché allora gli ubbidivano?

-Per molti motivi, difficili da spiegarti ora. Uno però è che quelli che quando parlano incantano,   piacciono. Specie nei momenti in cui ci si sente abbandonati e non si sa quale    strada   prendere.

-Tutti rimasero incantati?

-No. Ma tutti erano obbligati con la forza ad ubbidire.

-E tuo nonno?

-Tornò a fare il garzone.

-Rimase povero?

-Per tutta la vita.

-(Dopo averci pensato un po') Io però quell'uomo non l'avrei fatto comandare.

-Erano altri tempi. Per esempio, poche erano le persone istruite, molte quelle che non sapevano   né leggere né scrivere...

-Allora oggi quelle cose non possono più succedere. Andiamo tutti a   scuola!

-Tutto quello che è accaduto una volta può ripetersi...

-Uguale uguale?

-Uguale uguale mai.

-Però un po' sì?

-Però un po' sì.

-E noi non possiamo fare niente per impedire che si ripeta?

-Certo che possiamo fare qualcosa.

-Per esempio?

-Studiare.

-(Dopo un attimo di perplessità) Però se queste cose non me le insegnano non sono obbligato a studiarle...

- In quel caso te le studi da solo.

-Non c'è un modo meno faticoso?

-No. 

-(Il bambino fa per andarsene, poi ci ripensa e si rivolge nuovamente al vecchio) Anche oggi ci sono i poveri?

-Sì, tanti.

-E noi non possiamo fare niente per loro?

-Come no.

-Scommetto che dobbiamo studiare...

-Hai indovinato.

-Ma non dovremmo prima di tutto dargli da mangiare?

-Certo.

-E allora perché devo studiare?

-Perché se non studierai non saprai mai perché ci sono delle persone povere.

-E che fa?

-Ti faccio un esempio.Se una persona si ammala spesso, può il medico guarirla se non ha studiato da che cosa viene quel tipo di malattie?

-No.

-Così è se si vuole togliere dal mondo la povertà e non soltanto tamponare le ferite che essa provoca.

-(Dopo averci pensato) Sai una cosa? Io studio meglio dopo che ho giocato.

-Allora non perdere tempo...

(Il vecchio fa un cenno d'intesa al bambino, lo lascia andare a giocare e se ne va a sua volta fischiettando una vecchia canzone).

 

 

                                                                            Sandro Cianci