Nel 1958 si disputò la sesta edizione dei Mondiali di calcio. Io appiccicavo gomme americane sotto le sedie e l'Italia era fuori dalla competizione.

Vi tornò nel '62, in Cile, e fu eliminata dal "signor Aston", un arbitro inglese che fece l'impossibile per buttarci fuori e vi riuscì egregiamente. Quattro anni dopo, invece, fummo respinti da un dentista coreano che giocava solo per hobby e ci segnò un gol mortale. Nel '70, in Messico, arrivammo finalmente a disputarci il titolo, ma contro un Brasile stellare. Reggemmo tutto il primo tempo, nel secondo: adieu.

 Quello però fu anche il Mondiale della mitica semifinale "Italia-Germania 4 a 3". Quando Rivera segnò il gol decisivo, ci abbracciammo tutti benché non ci conoscessimo nella saletta del vecchio albergo aquilano che ci ospitava la sera prima di un esame. Mio fratello prese di slancio un vecchietto che sedeva giusto davanti e se lo strinse al petto. Io abbracciai me stesso poiché tutti gli altri abbracci erano già occupati. (Il giorno dopo superammo brillantemente Filosofia della Storia, vieppiù caricati da un robusto piatto di rigatoni divorato giusto mezz'ora prima dell'esame).

Ma torniamo al '58. Stavo per compiere dieci anni e come ho detto appiccicavo gomme americane sotto le sedie. Per la prima volta le partite del Mondiale erano visibili via televisore e solo poche case affollatissime potevano permetterselo. In quella che ci ospitava per gli appuntamenti pallonari i pavimenti erano lucidatissimi, i mobili pure e tutto il resto anche. Mi si scatenò una timidezza da morire che ancora oggi fedelissima mi accompagna. Seduto in prima fila, ad un certo punto mi stancai di masticare gomma americana. Non sapevo dove metterla in tanto lucore ed ebbi un'idea  che subito mi parve unica e geniale: la attaccai sotto la sedia. Funzionò per una o due partite eurovisive. Alla terza la padrona di casa mi intimò pubblicamente di finirla smascherandomi colpevole e sprofondandomi nella vergogna per i secoli dei secoli.

Ad ogni modo nel Brasile, vincitore anche di quei mondiali, c'erano campioni immensi. Tra questi,  esordiva un ragazzino di diciassette anni soprannominato "Pelé". Insieme a Didì e Vavà formava un trio che per fermarlo neanche i panzer. E c'era "Garrincha". Un'ala destra con le gambe ad "esse" che veniva dalla fame e dalla poliomelite ma quando giocava era l'incarnazione della leggerezza angelica, di ribalde diavolerie furbesche, della fantasia fatta gaudio ed allegria. Faceva girar la testa solo a guardarlo, figurarsi fermarlo in campo. Lo incontrai cinque anni dopo quando, quindicenne, mi fecero debuttare nella squadra del mio paese. Mi misero terzino sinistro ed avevo il compito di controllare...Garrincha! Calma. Non parlo del giocatore brasiliano ma dell'ala destra della squadra ospite che aveva le gambe simili per conformazione a quelle del carioca dal quale aveva preso il soprannome. Tuttavia, questo sì, aveva scatto e dribbling. Quanto al Garrincha vero, si trovava nel lontano Brasile dove più tardi sarebbe morto povero, ubriaco e solo.

Ma perché vi racconto tutto questo? Per Garrincha e per Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, il più grande di tutti i tempi, per quel che può valere il mio parere in un Paese che conta 60 milioni di Commissari Tecnici. Giocava, Pelé, con poesia, genio, grazia e suprema eleganza. Ed è per questo che mi torna in mente. Perché viviamo in un tempo in cui queste cose sono tenute in nessun conto. Al più, come ornamento. Invece sono convinto che un Paese senza (anche) poesia e grazia non va da nessuna parte. Solo che - accidenti! - non mi riesce sempre bene di spiegar(me)lo. Il nesso, voglio dire, tra grazia, gratuito, poesia, da una parte, e superamento di disoccupazione, precarietà, ingiustizia, dall'altra. Eppure so che c'è, il nesso, ed è importante quanto elementare. Piazenza, sarà per un'altra volta.

 

                                                                      Sandro Cianci

 

P.S.: A proposito: quel giorno poi, con il mio "Garrincha", andò bene. Perché mi ricordai della gomma americana. Mi appiccicai a lui per tutta la partita e, giocando d'anticipo, gli impedii di toccare palla. Solo che, lo ammetto, tutto questo non aveva molto di "poetico". Anzi proprio niente.

 

Da: S. Cianci, "FOTOGRAFIE DEL NIENTE (Gocce di una quasi-autobiografia minima)", inedito.