IL PONTE DI PRAGA E, FORSE, UNA TEMPESTA

 

 

 

C'era una volta un uomo, un certo Eisik di Cracovia, che sognava sempre lo stesso sogno: qualcuno gli ordinava di recarsi a Praga dove, cercando sotto il ponte che conduce al palazzo reale, avrebbe trovato un tesoro. Tutto qui.

 

Eisik era molto povero e, non avendo nulla da perdere, un giorno s'incamminò per davvero alla volta della capitale ceca.

Quando raggiunse il ponte lo trovò presidiato giorno e notte da sentinelle. Accidenti.

 

Eisik cominciò a tornare lì ogni mattina. Gironzolava per tutto il giorno in attesa di poter cercare in santa pace. 

La cosa non sfuggì al capitano delle guardie il quale, un giorno, gli chiese ragione di quella presenza. Nell'udire la risposta, l'ufficiale scoppiò a ridere: "Sarebbe come se io dessi retta ad un sogno che faccio ogni tanto", disse. "Dovrei andare a Cracovia, in casa di un certo Eisik, e cercare un tesoro che si trova sotto la sua stufa! Figurarsi, non ci penso neanche".

Eisik non indugiò nemmeno un attimo: tornò a casa, scavò sotto la stufa, e trovò per davvero un tesoro.

 

 

Questa storia si trova in molte letterature popolari, ma è significativa l'interpretazione che ne dà il chassidismo, un movimento mistico-religioso nato nel diciottesimo secolo in seno all'ebraismo:

 

"C'è una sola cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell'esistenza. E il luogo in cui si trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova" ( M. Buber, "Il cammino dell'uomo", Edizioni Qiqajon, 1990, pag. 59 ).

 

 

Il primo posto in cui ci si trova è la nostra interiorità. Ma che cos'è, mi chiedo, il "compimento dell'esistenza", e come trovarlo dentro noi stessi?

Prima di tutto, in ogni esperienza umana non c'è mai una fine ma sempre e solo un cammino, una sorta di continuo "ricominciamento". Ogni mattina, come in ogni nuova fase della vita, occorre individuare o tacitamente ribadire un punto solido dal quale ripartire. Ma, se di solido deve trattarsi, bisogna forse trovare ciò che fa ciascuno di noi diverso ed irripetibile, insomma la propria vera, individuale, sorgente di energia, quella che ha resistito al tempo, il cuore irriducibile che innerva il proprio esistere. 

Trovato quel punto, imparare a vivere rimanendogli fedeli.

 

Forse è questa fedeltà il "compimento dell'esistenza".

 

E tuttavia, per quanto diverso e singolare, il cammino di ciascuno avviene sempre dentro quello di tutti. La "società", la "storia" o come volete chiamarla. E' lì dentro che ciascuno esiste, vive, resiste, sopravvive. E' lì dentro che, mutando, è chiamato ad essersi fedele.

 

William Shakespeare ha mostrato magistralmente questo intreccio. In particolare ne "La tempesta" ha illuminato con straordinaria antiveggenza i comportamenti umani nella fase aurorale della "modernità", quella nei cui esiti oggi sono più che mai immerse e non di rado sperse le nostre soggettività.

 

A me piacerebbe fare di quel testo materia di un "Seminario-Bottega di narrazione".

Se ne avrò le condizioni, prima o poi ve ne parlerò.

 

 

 

                                               Sandro Cianci