DI UOMINI E DI DONNE

 

 

 

 

Per anni ed anni aveva costruito "piccole aureole per uomini semplici e scene insignificanti. Un affresco riempì a poco a poco la sua casa...".

In effetti la poesia di Ritsos, al quale appartengono queste parole, presenta molti "ritratti". Ve ne propongo qui di seguito, care Amiche e cari Amici, tre.

 

Il primo è quello, di profondissima semplicità, di un vecchio solo (così viene da pensare); il secondo è quello di una ragazza (bisogna ricordare, leggendo la poesia, che nel corso del '900 il popolo greco fu oppresso più volte da dittature); quanto al terzo, ho il forte sospetto che siamo in presenza di un autoritratto.

In tutti i casi, siamo ben oltre dei profili individuali. La vera poesia, ancora una volta, parla dia ogni essere umano.

 

 

 

LE COSE ELEMENTARI

 

 

In modo maldestro, con ago grosso, con filo grosso,

si attacca i bottoni della giacca. Parla da solo:

 

Hai mangiato il tuo pane? hai dormito tranquillo?

hai potuto parlare? tendere la mano?

ti sei ricordato di guardare dalla finestra?

hai sorriso al bussare della porta?

 

Se la morte c'è sempre, è la seconda.

La libertà sempre è la prima.

 

 

 

LA RAGAZZA

 

 

 

Non aveva nient'altro per resistere - ragazza di diciott'anni -

solo due mani magre, molto magre, un vestito nero,

il ricordo di un pane diviso con scrupolo

e quel che chiamavamo "patria" pronunciato di nascosto le notti.

 

Quando la gettarono nell'oscurità, non aveva più voce per parlare.

Non la udirono le altre celle. Solo l'uccello di Persèfone

le portò in un fazzoletto qualche chicco di melagrana; e i bambini

la disegnarono sui loro quaderni di scuola, sotto la lampada,

una piccola Madonna su una sedia di un caffè popolare

con molti pesci e uccelli sulle spalle e sui ginocchi.

 

 

 

L'AVIDO

 

 

Avido di offrire - e a volte perfino cose

che non gli appartenevano, - quel monte, per esempio, -

viola nel crepuscolo con alberi di smeraldo, inscritto

in vapori d'oro, o l'ombra della rondine sulle spighe,

o la forcina ch'era caduta, di notte, davanti all'inferriata del giardino,

dai capelli della bella donna mentre diceva "no" .

Quanto alle cose sue, - quali cose sue? - non teneva niente;

lui si nutriva di quello che donava. E quando avveniva

che non avesse più niente, chiudeva gli occhi aspettando

qualcosa di più grande di se stesso da inventare, da offrire.

Esattamente allora sentiva di essere se stesso.

 

 

                                                   Ghiannis Ritsos

 

 

 


(Le prime due poesie sono tratte da: G. Ritsos, "Il funambolo e la luna", Crocetti Editore, Milano, 2005, p. 107 e p. 105. A cura di Nicola Crocetti; la terza si trova in: G. Ritsos, "Pietre Ripetizioni Sbarre", Crocetti Editore, Milano, 2004, p.164. A cura di Nicola Crocetti).

 

 

 

                                                            Sandro Cianci