IL  MARE  NELLA  MADIA

 

 

 

-Di che cosa ti occupi, ora?, chiese lo scrittore.

 

-Di nulla.

 

-E come passi le giornate?

 

L’uomo scrollò le spalle.

 

 

 

Sedevano attorno ad un tavolino del locale dove molti anni prima avevano mangiato la pizza insieme a tutta la classe. L’anno della Maturità, uno degli ultimi giorni di scuola. Il proprietario, lo stesso di allora, aveva i capelli bianchi, occhiali da vista, un volto stanco ma tranquillo.

 

-Dunque hai smesso?

 

E, sempre in quei giorni, l’uomo aveva marinato la scuola. Si sposava il fratello maggiore di un compagno di classe.

 

-Perché non scrivi? Ti piaceva.

 

Avevano fatto la foto di gruppo, in montagna, sul ciglio della strada. Asciutto, lui, il cappotto blu, il bavero alzato, gli occhiali scuri.

 

-Dico sul serio, perché non scrivi?

 

-Lo fanno tutti.

 

-E allora? Aiuta, sai.

 

-Hai in faccia il muro. Dove sono gli altri, quando scrivi?

 

 

Tacquero per qualche istante. Da quando si trovavano in quel locale non era entrato nessuno. Il proprietario lucidava il banco. Fuori pioveva.

 

Poi fu l’uomo a riprendere:

 

- A te, piuttosto, come va?

-I miei libri vendono…

-E poi?

-Con Giulia mi sono lasciato.

 

 

Gli istanti tornarono a cadere nel silenzio, come piombo. Il proprietario s’infilò nel ripostiglio. Finse di cercare qualcosa.

 

 

-Vado, disse lo scrittore.

 

-Lo sai? Silvio è finito a dirigere una grossa banca, fece inaspettatamente l’uomo. Marco è diventato il fiduciario di un Ministro. Tu ormai sei uno scrittore affermato…Andrea, almeno, s’è fatto il carcere…

 

-Che cosa vuoi dire?

 

-Che abbiamo sbagliato tutto.

 

 

Lo scrittore tornò a sedersi. Ed avvolgendosi nell’impermeabile chiese:

 

-Pensi ancora alla Rivoluzione?

 

-No, quella è finita nei supermercati.

 

-E allora?

 

-Comincio da me. La mia vita è stata una gita in pullman, ma non sono mai sceso. Il mondo l’ho solo osservato. Dal finestrino. Sono tornato a casa e non ho vissuto nulla…Voi invece pensate di starci dentro. Nella vita, voglio dire…Non lo so. E’ davvero così, o ciò che chiamiamo vita è un abito disegnato da  altri che possiamo solo indossare?

 

-Vuoi dire che noialtri siamo finiti dentro una specie di format?

 

-Sì.

 

 

Lo scrittore si alzò. Prima di uscire tornò a guardare l’altro:

 

-Smettila di compiangerti. E la prossima volta dimmi almeno che hai ripreso a scrivere.

 

 

L’uomo corse alla porta:

 

-Vi capisco, bisogna pur vivere… Credimi, non condanno nessuno…Bisogna pur rispondere qualcosa, la mattina, di fronte allo specchio, quando il nostro volto ci guarda e senza pietà ripete la domanda: “Chi sei?”… Ci ho provato anch’io…Sai quante volte!...

 

Lo scrittore, ormai lontano, non udì una parola.

 

 

L’uomo tornò al tavolo. Il proprietario portò due bicchieri di vino, sedette di fronte a lui.

 

Stettero senza parlare. Poi l’uomo, tanto per dire qualcosa:

 

-Come vanno gli affari?

 

-Mah…La mattina vengono gli studenti. Più tardi solo qualcuno ogni tanto. In genere gente con la vita a pezzi.

 

-Come fa a capirlo?

 

-Guardano attraverso i vetri. Entrano solo se non c’è nessuno.

 

-E ce la fa a mandare avanti il locale?

 

-Basto a me stesso.

 

 

Rimasero ancora  in silenzio.

 

 

-E’ sua moglie?, chiese infine l’uomo indicando un bel volto di donna nel portafotografie sullo scaffale.

 

-Era.

 

- E’ morta da parecchio?

 

-Sì.

 

-Mi dispiace…

 

Non avrebbe dovuto chiedere. Un penoso silenzio scivolò lentamente mentre un’ombra passava sul volto dell’altro.

 

 

Bevvero.

 

Poi fu il proprietario a riprendere:

 

-Una ballerina. Amava molto la musica, il mare, leggeva libri. All’inizio non capivo perché si fosse innamorata proprio di me. “Noi viviamo nella meraviglia”, mi disse un giorno. “Amiamo, oltrepassiamo il tempo…nella meraviglia. Allora ci accorgiamo di ogni cosa, tutto ci appare santo…” – la guardavo come un bambino osserva il mondo per la prima volta, se ne accorse. “Per questo ti voglio bene” – aggiunse allora…Sono cose che capisci soltanto dopo. Perché?

 

 

Da fuori venne un colpo di clacson.

 

 

-Quanti anni aveva?

 

-Quelli che vede nella foto.

 

-E dopo?

 

-All’improvviso… poche settimane… e lei non c’era più.

 

 

Adesso, lì fuori, i clacson erano una tempesta.

 

 

-Da allora vive solo?

 

-Sì.

 

-Dev’essere dura, specie la sera…

 

-Ho preso l’abitudine di leggere. Ho appena finito Neruda.

 

Bevvero un altro goccio di vino. Poi il proprietario continuò:

 

-Sa? D’estate ceno sul balcone di casa, prima che faccia buio. Guardo lontano, si vede il mare. Allora appare lei, laggiù. Piccola, sola, leggera…danza sul vetro azzurro…Qualcosa ti penetra fino all’ultima fibra dell’essere, ti oltrepassa, ti dilata. Poi se ne va. E tu resti chissà dove, senza fiato, straniero…straniero al mondo…E’ questo il mare.

 

 

Si alzarono nello stesso istante. Si guardarono. Si abbracciarono forte senza dire una parola. Poi l’uomo si avviò alla porta.

 

 

-Sa qual è l’errore?, disse il proprietario.

 

-Quale?

 

-Che non ce lo portiamo dentro, il mare. Quando ci incontriamo, nei nostri occhi… non ne è rimasto nulla. Invece dovremmo conservarlo, il mare, come il pane nella madia. E spezzarlo anche per gli altri…

 

 

L’uomo aprì la porta, si voltò, sorrise. Una lama di luce aveva sbaragliato il grigio e riaperto il cielo.

 

 

 

                                                            Sandro Cianci