FIABE PER L'ESTATE:

 

1.  LO  SCRITTORE

 

 

 

 

 

I poeti sanno che soltanto le fiabe sono "vere". Tutti, per contro, sappiamo che le fiabe si spostano - da un luogo all'altro, dalla bocca di uno a quella di un altro... - e che in questo bighellonare cambiano.

 

 

Quello che forse non sappiamo è che, per quanto possano mutare, le fiabe sono sempre vere. Perché lo diventano ogni volta che le si racconta e che qualcuno le ascolta.

Così, per esempio, per la fiaba - o mito, o racconto, o leggenda - della "Torre di Babele".

 

 

Cominciamo dal principio.

 

 

 

Quando Dio creò gli esseri umani, a ciascuno regalò una cosa: al contadino questa, al falegname quella, al calzolaio quell'altra...

Lo scrittore ebbe in dono le parole. Ma ad un prezzo: la solitudine. Perché le parole vere, per nascere, hanno bisogno del silenzio.

 

 

Gli uomini, all'inizio, non conoscevano le parole, e quando le ebbero conosciute fecero l'ormai notissima "Babele".

 

 

Passarono molti secoli, gli umani perfezionarono abilità e strumenti del leggere e dello scrivere, ed ecco una seconda "Babele": tutti, pur di scrivere, scrivevano. Non importava cosa. Un diluvio giornaliero. Gli uomini erano così occupati a scrivere che la lettura quasi scomparve: quella, beninteso, che richiede per così dire uno svuotamento di sé, ascolto profondo, totale aprtura alla ricezione dell'altro.

 

 

Il rimedio, purtroppo, fu peggiore del male. Pur di suscitare un'attenzione forte verso i propri scritti, non pochi cominciarono ad adoperare le parole come cazzotti, dimenticando la bellezza della quale sempre ha bisogno l'animo umano. Si scatenò una gara al ribasso senza fondo e senza fine.

 

 

E gli scrittori veri? Tacevano. Dei loro scritti non sapevano più cosa fare.

 

 

 

Una notte, tuttavia, accadde un fatto strano. Gli alberi che erano sotto la finestra di uno di essi cominciarono a crescere di numero, a stringersi, fino a diventare una vera e propria folla, mentre in cielo le stelle si moltiplicavano a dismisura.

Lo scrittore si commosse, comprese che lo facevano per lui. Allora prese le sue storie, aprì la finestra e cominciò a leggerle all'intero universo della notte: alberi, stelle, cagnolini, cani solitari, cinghiali, volpi, faine, galline co-codormienti, rospi, talpe, ricci, verbene, fiori sorpresi nel dormiveglia, erbacce - che erano poi solo erbe apparse senza permesso (di chi?) - ecc.

 

 

Tutti ascoltavano attenti e la notte, che vive di segreti stupori, accolse le parole dentro il grande coro del suo canto, quello che solo i poeti sanno tradurre.

Così fecero anche quella volta. E lo scrittore comprese allora qual è il suo vero compito: aiutare i poeti a condurci sulla soglia dell'inudibile, là dove soltanto risuona l'anima del mondo.

 

 

 

                                          Sandro Cianci 

 

 


(Da: Sandro Cianci, "L'Olmo di Vito ed altre storie della Comunità", inedito)