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PROVA prova prova

Il vecchio attendeva gli ospiti dentro il roseto o all’ingresso. Ma le vere porte erano i suoi occhi, grandi, miti, profondi. Egli era l’unico superstite, ed il roseto l’unica cosa rimasta, dopo che i nazisti avevano dato fuoco all’intero villaggio. Da allora si era dedicato alle rose come ci si dedica allo scopo di una vita. Perché? Per chi, se non era rimasto più nessuno, se i minatori e le donne ed i bambini erano stati deportati o bruciati con le case, i tavoli, le sedie, la biancheria lavata e ripiegata nei cassetti dei comò, le casseruole, gli abiti da lavoro e quelli della festa, i paramenti del parroco, gli animali, le travi della campana e tutto quello che scandiva gli schivi respiri della vita quotidiana? Il vecchio era nel roseto anche d’inverno, quando le piante giacevano sotto la protezione della paglia e per ingannare il tempo ripetevano a turno le parole lasciate dal sole, dalle carezze che solo esse intendono. Passarono anni ed anni. Quell’uomo continuò a parlare tutto solo con le rose, a curarle, ad ascoltarle con il silenzio mite e profondo di chi asseconda il passo naturale della vita. Poi, qualcuno si ricordò del villaggio. Cominciarono a venire visitatori. Ed il vecchio indicando li guidava: “Qui c’era la chiesa…. Qui la scuola…. Qui la casa di Rosina… il piccolo terrazzo con i vasi di fiori allineati e la pietra perché chi arrivava potesse sedersi e prendere ristoro….”. Raccontava, resisteva, quell’uomo, anche nelle giornate scudisciate dal vento e dal gelo. Grazie ai ricordi, forse, o alla sua stessa voce. Un poco alla volta il luogo divenne uno dei simboli del domani. Arrivavano giovani da tutto il mondo, ed il vecchio era il più giovane di tutti, rinnovato a sua volta dal sorriso dell’altro e dal profondo acconsentire alla vita. Un giorno, com’è nel destino di tutti, egli se ne andò. E come spesso a noialtri accade di fare, dopo un po’ ci si dimenticò di lui. Ma quando vennero altre guerre qualcuno, all’improvviso, si ricordò del suo sorriso. Ci si chiese dove fosse finito, perché anche i sorrisi restano, non solo le tristezze, o i veleni, le miserie, gli “io, io” quotidiani. Bisognò cercarlo a lungo, fino a quando - oh, meraviglia - ci si accorse che era rimasto dentro di noi. In un punto profondo, però, molto profondo. Mentre ci si domandava cosa farne, fu trovato un biglietto, per caso, dentro una casseruola in casa del vecchio: “Abbiamo tutti del lavoro da fare in tanti paesi del mondo, e per questo abbiamo molto bisogno di ricordare, di riflettere”. Chissà, oggi, dove sarà finito quel biglietto. Ma, questo è sicuro, possiamo ancora trovarlo. In ogni caso, buon lavoro! Il Piccolo Teatro del Me-ti P.S. : Le parole di questo racconto sono nostre. La storia narrata, invece, la dobbiamo in gran parte a: YANNIS RITSOS, “LE DERNIER ET LE PREMIER DE LIDICE”, Edizione in lingua francese curata da AVANT QUART, 1978.

(11° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

Avrà una gonna larga, piena di bigliettini. Li tirerà fuori ad uno ad uno.
Li leggerà, li racconterà, li canterà.
Tutta la vicenda umana in 101 storie.
E la gonna sarà un tripudio di fiori.
E non ci vorrà una luce, basterà quella che ciascun giorno vorrà dare;
e non ci vorranno un palcoscenico, basterà una strada;
e non ci vorrà un pubblico, basteranno le persone;
e non occorrerà aver letto molti libri:
basterà la leggerezza del cuore.

(10° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

La sera, dopo aver preso il lavoro del giorno dopo per la campagna, rientrava a casa e subito nella stanza d'ingresso ritrovava le pecore. Rosinella, Carolina, Catarina.... Le chiamava una per una, accarezzandole sotto il mento. Domandava se stavano bene, se avevano mangiato, se erano contente. Poi, seduta su di una pila di tre mattoni, diceva:
- "Adesso ascoltatemi bene. Domani vi devo casurare (tosare). Ci vuole la pazienza. Però quant'è bello a stare freschi! Non è vero Rosinella? Perciò, mi raccomando, statevi accorte e fate le brave!"
Le bestie, ferme, ascoltavano le sole parole che la padrona pronunciava durante la giornata. Poi quella saliva al piano di sopra - nell'unica stanza dove cucinava mangiava e dormiva – e gli animali riprendevano chi a fare le cacche a piselli, chi a ruminare, chi a dormire.
Un giorno la donna sbagliò le scale e salì al Cielo. Gesù, non sapendo cosa fare, le affidò un gregge da portare al pascolo.

Si sentiva bene lì, quella donna. Della vita passata non ricordava nulla, il tempo era uno ed aveva smesso di scorrere, lei e la vita una cosa sola.
Certe volte vedeva le nuvolette color di rosa: le parevano i rabbuffi della lana o il muso di Sansone, la capra di lassù, quando arraffava l'erba fresca. Parlava la stessa lingua di prima, non aveva mai fame, non le mancava nulla.
Nemmeno si rendeva conto di trovarsi in paradiso.

(9° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

IL PESO DEI FIORI
Vendeva fiori di carta sotto il campanile, all'uscita delle messe, la domenica mattina.
Li preparava davanti alla porta di casa - il suo laboratorio - quando non andava in campagna.
Le vicine le davano una mano, lì fuori, agli ultimi raggi del sole senescente d'ottobre.
Carta velina celeste e color di rosa, un po' di fil di ferro, niente altro. Ma fiori, tuttavia, fiori.
Poi, su quell'ultimo sole d'ottobre, suonava la campana del vespro, lenta, litanica, a benedire quel poco che rasentava l'inesistenza e che non sapeva invece di entrare proprio allora nel mito, e che anzi il mito non è altro che questo: l'umiltà epica dei nostri gesti quotidiani.
Non so perché me ne ricordo per tutta la vita. O forse sì: per il tanto che in quei fiori e nel fare semplice di quelle donne e nel loro evocare le parole delle madri andate via per sempre, vi era di prossimo al gratuito. C'era più verità in quegli istanti che in mille transazioni finanziarie.
Guardavo quelle povere cose. Più tardi mi sono chiesto come potessero reggere il peso dei sogni, quello immane della Storia, quello indecifrabile della vita.
Solo ora capisco ciò che per quelle donne era da sempre chiaro: che il peso segreto dell'esistenza è lo stesso dei fiori di carta velina, celeste e color di rosa. Lo stesso dell'ultimo andare.

 

L'ORCHESTRA
Nello stesso istante
con le mani
faticava al telaio
con un piede
muoveva la culla
con la bocca e con il cuore
cantava:
Annarella era un'orchestra
al lavoro.

(8°racconto -Paese Mediterraneo 2015)

 

Alle frontiere
costruiscono grandi muri:
sono fatti per crollare.

 

Lo raccontava un cieco, sorridendo,
all'Aria ed al Vento.

(7° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

"Era una notte di tregenda. Gli uccelli, chiusi nei loro covi, risparmiavano i voli in attesa del primo filo di luce dell'alba". Avevo messo in fila queste parole come si prepara un'esca, sperando di attirare un bel sogno. Poi mi addormentai. Solo alle prime luci dell'alba il sogno venne, e fu questo:
il paese era gremito di gente come per la festa del santo patrono. In fondo al corso si muoveva tra la folla un grosso carro di legno, massiccio e senza sponde. Sopra agivano alcuni uomini, un po' giocolieri un po' venditori di qualcosa. Avevano poveri abiti, lisi ed alquanto sporchi. Lavoratori. A guardarli sembravano dei carbonai. Tra i 50 ed i 60 anni, davano proprio l'impressione di persone che avevano perduto il lavoro in tarda età ed ora cercavano di inventarsene un altro. Uno, in particolare, massiccio ed un po' rotondo, gridava in una lingua strana ma che tutti capivamo: "Venite signori, comprate i ceci! Ceci speciali, i ceci della Francia!" Mai sentito nominare. Che cosa potevano avere di speciale? Mentre pensavo a queste cose, mi venne in mente una folla di povere donne e poveri uomini: erano quelli che vendevano palloncini ed altri piccoli oggetti nei giorni di festa del paese. Da bambino restavo lì impalato a guardarli sperando ardentemente che vendessero abbastanza da potersi comprare da mangiare, ma incapace di offrire loro un panino o di comprare un oggetto della mercanzia. Non ho mai capito chi mi ha mandato addosso questa maledizione che mi colpisce e mi paralizza ogni volta che si tratta di comprare o di vendere qualcosa. Mi sentivo di nuovo impietrito. Allora presi e mi allontanai. Andai in edicola, dove comprai una tale quantità di quotidiani da non riuscire a stiparli nella borsa, una borsa di pelle nera, con il manico, come quelle, molto semplici, che si usavano una volta. Soprattutto, però, ora non riuscivo più a mettere in ordine tutto quello che avevo comprato, tirare il totale e pagare. Fu un momento davvero imbarazzante, che del resto conoscevo benissimo. Alla fine, come Dio volle, venni a capo della complicata operazione. Uscii e cosa feci? Tornai verso il carro sul quale gli uomini tentavano di vendere i ceci. Proprio in quel momento l'uomo grosso e massiccio stava dicendo:
"Scusate, signori, se non ci esprimiamo bene. Noi non siamo istruiti."
"Non fa niente!", gridai io, un po' per minimizzare ed un po' per incoraggiarli. "Non fa niente che non siete istruiti!"
L'uomo tacque e mi fissò tra la folla. Stette così, lasciandomi nudo, per alcuni secondi che a me sembrarono un'eternità. Poi disse, con un fondo di dolore emerso da chissà quale profondità: "No signore, fa. Certo che fa."

(6° racconto - Paese Mediterraneo 2015)

Un'altra volta, invece, erano finiti i sogni.
All'inizio non ci si fece caso. Poi ci si accorse che si trattava di un'epidemia: nessuno sognava più.
Perso per perso, si pensò di interpellare Zi' Angelo, il vecchio contadino che conosceva più di mille storie. Forse ne sapeva una capace di spiegare la fine dei sogni.
- Niente da fare, rispose il vecchio, le storie non me le ricordo più. E se scompare la memoria scompare pure la fantasia che è la madre dei sogni. Come disse quel giudice al pecoraio in un racconto: "Pecoraio mangiaricotta, come può il pulcino partorire una fava cotta"?
- Vedi dunque che le storie te le ricordi!, disse uno.
- Sì, ma è una rimanenza – rispose Zi' Angelo -, siamo ormai alla scortanza.
Chiamavano così, in dialetto, la fase terminale di un processo e, al contempo, le ultime cose rimaste.

Erano dunque punto e a capo.
Perso per perso, pensarono di interpellare un bambino di nome Mattia.
- Possiamo provare ad ascoltare le cose, disse quello.
- Ascoltare le cose??
- Certo, non lo sapete? Tutto parla. Anche le piante, le bestie e gli animali umani. L'ho scoperto una volta che ho mandato il pallone dentro un vaso di calle. Soffrivano da morire. Quando ho tolto il peso, una calla sospirando mi ha detto: "Mi hai fatto male!". L'ho sentito io!
- Va bene, e allora?
- Proviamo con questa.
Il bambino portò all'orecchio un frammento di pietra del deserto avuto a scuola quando erano stati a visitare il museo. Allora udì il frammento che stava sognando di essere inondato da un rigoglioso zampillo d'acqua fresca, limpida e chiara.

(5° racconto - Paese Mediterraneo)

Crescentino Saltimbocca raccontava che quando giunse a Baltimora aveva già una moglie ma non un tetto. Così la prima sera i due andarono in albergo. Verso mezzanotte Crescentino udì un tramestio
nelle budella: doveva andare al bagno. Non avendo i servizi in camera, cominciò a cercarli in corridoio: non li trovò, e temendo di infilarsi per sbaglio nella stanza di qualcun altro se ne tornò nella sua.
Ma il tramestio nelle viscere aumentava. Infine divenne intollerabile. Allora Crescentino ricorse ad un rimedio estremo: prese un giornale, lo dispiegò sul pavimento, vi si accovacciò sopra e.... procedette.
A cose fatte, restava il problema di liberarsi del prodotto. Si consultò con la moglie: l'unica era la finestra. L'aprì, fece del giornale e del suo contenuto un unico viluppo, afferrò il tutto e, tenendolo con una mano, cominciò a farlo roteare nella stanza per garantire al proiettile un'ampia gittata.
Senonché, in quel mentre, il viluppo gli sfuggì di mano e subito un ampio affresco, mai visto a memoria d'uomo, apparve lungo le pareti e l'intero soffitto della stanza.
Seguirono alcuni istanti di comprensibile smarrimento. Poi i due convennero: l'aiuto di una terza persona era ormai indispensabile, e questa non poteva essere che un cameriere.
La mattina dopo, quando si sentirono i primi passi in corridoio, Crescentino tirò fuori la testa dalla porta della camera, fece cenno ad un cameriere di avvicinarsi e, senza farlo entrare, gli spiegò che c'era un lavoro da fare.... dentro la stanza.... Un lavoro di pulizia.... piuttosto impegnativo.... Ma poi al cameriere avrebbe pensato lui, Crescentino....
L'uomo, ingolosito dalla promessa di un robusto compenso, accettò. Entrato che fu, vide quello che mai occhio umano aveva visto: una sorta di Cappella Sistina della schifezza. Allora, ancora in preda allo stupore, chiese:
- Ma voi come cacate??
- Con il culo, rispose Crescentino.
Fosse stato un po' filosofo avrebbe potuto aggiungere: "Nella vita le cose più difficili sono sempre gli addii". Ma era un contadino. Bravo a suonare l'organetto, questo sì, ma non un filosofo.
Così agli occhi del cameriere il mistero rimase per sempre indelebile. Almeno quanto la memoria di quegli affreschi, unici nella storia dell'edilizia alberghiera.

VINCENZO

Vincenzo ha circa 9 anni ed è uno dei più giovani spettatori del Piccolo Teatro del Me-ti. 

Tempo fa mi ha fatto visita e mi ha portato un quaderno con su scritte queste parole: "Quando Sandro mi invita ad un suo spettacolo sono il bambino più felice della terra! Ha sempre il sorriso e questo mi stupisce, che sia così solare. Per me è un grande esempio da seguire. DA GRANDE VORREI diventare con il cuore e con l'anima bellissima".

 

MATTIA

Mattia, che ha circa 6 anni, ieri mi ha raccontato il suo sogno. Faceva così:

"C'era un bambino che era cattivo e si chiamava Kid. Ed anche le persone adulte dell'universo e gli altri bambini erano cattivi. Ed a me e al mio amico Luigino volevano fare la puntura. Allora tutti e due abbiamo chiesto a Kid se quella puntura ci avrebbe fatti diventare cattivi, e kid ha risposto di sì. A quel punto, per fortuna, è arrivato il mio mattino della verità ed il sogno è finito".

 

I bambini, dunque, ogni tanto prendono la parola ed elaborano per noi adulti un lungo rapporto sullo stato del mondo.